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sab 23 mar 2019 08:25:47 CET
Falcomatà: “Difendiamo gli interessi dei reggini. Dissesto, battaglia da combattere”
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“La Città attraversa una fase complessa che produce una serie di interrogativi non solo tra i cittadini – ha spiegato il sindaco a margine dell’incontro – ma anche tra gli addetti ai lavori e tra tutti quei soggetti che per ruolo o per funzione risultano rappresentativi dei comparti sui quali andrebbero a ricadere gli effetti di un’eventuale nefasta ipotesi di dissesto finanziario dell’Ente. Se infatti il default finanziario non avrebbe effetti diretti sui cittadini, per via del fatto che le imposte comunali sono già al massimo delle aliquote per via del piano di rientro per il ripiano dei debiti prodotti durante le precedenti gestioni contabili, è il tessuto produttivo che avrebbe le peggiori conseguenze da un’eventuale dichiarazione di dissesto”.

“Lo abbiamo affermato con forza in tutte le sedi – ha aggiunto il sindaco – il dissesto va evitato soprattutto per una questione di giustizia sociale. Non possiamo consentire che una comunità che ha già dovuto subire qualche anno fa l’onta di uno scioglimento per mafia sia messa oggi, a causa degli effetti della pregressa fallimentare gestione delle finanze comunali, di fronte ad una nuova mortificazione, che peraltro avrebbe effetti pesanti sull’economia cittadina. Naturalmente ci riferiamo a tutti quei professionisti e alle imprese che hanno avuto rapporti economici con il Comune per progetti finanziati esclusivamente con somme di bilancio. È per loro che la città intera, stringendosi attorno all’Amministrazione, ha il compito di continuare questo percorso, portando fino in fondo questa battaglia. Noi continueremo a lavorare per difendere gli interessi dei reggini”.

In mattinata il sindaco ha incontrato i giudici della Sezione giurisdizionale regionale della Corte dei Conti di Catanzaro. Un incontro cordiale, richiesto dall’Amministrazione comunale reggina, finalizzato ad approfondire, dal punto di vista tecnico-giuridico, gli eventuali effetti della sentenza della Corte Costituzionale.

(strill.it)
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ven 01 mar 2019 09:33:23 CET
Denuncia i boss, lo Stato lo punisce: suicida l'imprenditore antiracket
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Nel 2007, Rocco Greco non solo aveva denunciato i boss della Stidda e di Cosa nostra che si dividevano il pizzo. Aveva anche convinto altri sette imprenditori a fare la sua stessa scelta. "Era la primavera di Gela - dice oggi il figlio - mio padre ne andava orgoglioso. Ma non era stato affatto semplice. All'epoca, però, si respirava un'aria nuova in questa parte di Sicilia, anche grazie all'allora sindaco Rosario Crocetta". Le denunce di quegli imprenditori fecero scattare undici arresti nel blitz ribattezzato "Munda mundi". E dopo gli arresti, le condanne per 134 anni. Una sentenza che anche la Cassazione ha confermato. Ma nelle vene dei processi sono rimaste le accuse degli imputati, che hanno sempre cercato di gettare ombre su chi li aveva portati in carcere. "Ma quale pizzo, gli imprenditori pagavano il nostro sostegno. E spartivamo gli utili".

Una tesi smentita in tutti i gradi di giudizio. Gli imprenditori erano vittime. Ma vittime - osserva il Viminale - che si erano relazionate con i boss, che avevano accettato il prezzo del pizzo. "C'è il rischio di infiltrazioni mafiose nell'azienda". Parole pesanti. Ma il figlio di Rocco Greco ribadisce l'importanza di quella denuncia fatta dal padre: "Non dobbiamo dimenticare cos'era Gela all'epoca. Più di cento morti in un anno. E veniva ucciso anche chi non pagava il pizzo".

Dopo l'ultima interdittiva antimafia, un mese fa, sono arrivate le revoche di tutte le commesse pubbliche e private per la ditta di Greco, che si occupa di lavori edili. "Sono stati licenziati 50 operai", dice Francesco Greco. Intanto, l'imprenditore provava a ribadire le sue ragioni con una serie di ricorsi. Ma il Tar di Palermo non ha concesso la sospensiva dell'interdittiva (anche il Tar Lazio aveva dato disco verde al Viminale). "Il giorno dopo, il 26, siamo andati dall'avvocato per un ulteriore ricorso", racconta ancora il figlio. "La sera, papà era euforico. Mi sembrò strano. Diceva: che bella serata stiamo trascorrendo. Non capivo".

Mercoledì mattina, Rocco Greco si è svegliato alle 5,30. Ha detto alla moglie che andava in azienda per guardare alcune carte. Tre ore dopo, sono arrivati Francesco e gli altri dipendenti. "Mio padre non era in ufficio. Mi sono insospettito. Anche perché aveva lasciato la fede e l'orologio a casa. Abbiamo iniziato a cercarlo. Era dentro un container, poco distante, in una pozza di sangue". Rocco Greco non ha lasciato neanche un biglietto. Dice il figlio: "Qualche giorno fa, aveva ripetuto a mia madre: "Ormai, il problema sono io. Se vado via, i miei figli sono a posto".

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