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DALLE CONSORTERIE RAZZISTE ITALIANE, ATTACCHI INSENSATI CONTRO MOSCOVICI

mercoledì 17 gennaio 2018 - 22:48:11

L'intervento in conferenza stampa a Parigi del commissario europeo sul rischio delle prossime elezioni politiche in Italia
 
foto_moscovici.jpg17 gen. 2018 - di Gianfranco Tauro - Esprimo la mia solidarietà al commissario europeo per gli Affari economici e monetari, Pierre Moscovici. Contro di lui, ignobili e miserabili gli attacchi provenienti da esponenti della "politica politicante" italiana ed "europea"...
 
I timori espressi da Moscovici - a nome dell'Ue - sui rischi del voto italiano, sono senz'altro giustificati e fondati. La sua presa di posizione è certamente legittima su tutti i punti opportunamente menzionati... e non solo, contro le recenti dichiarazioni sulla RAZZA BIANCA - palesemente di stampo nazi/fascista - rilasciate da un politicante illustre sconosciuto, che addirittura a quanto pare, dall'alto della sua ignoranza culturale, nonostante abbia manifestato con freddo cinismo, inclinazioni alquanto pericolose e razziste, è - e rimane scandalosamente - il prescelto delle destre nazionali per la candidatura alla guida della regione Lombardia...
 
Non sarebbe forse il caso, sulla opportunità circa le "candidature elettorali sospette" e prima che sia troppo tardi, a chi di dovere, a difesa delle istituzioni democratiche e della Costituzione repubblicana, prendere delle precauzioni in via cautelare per cui adottare dei seri e adeguati provvedimenti?
 
Se non siamo vicini al reato di apologia del fascismo, poco ci manca...


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Sparatoria Bitonto. Minniti: fatto inaccettabile. Dobbiamo prosciugare lo stagno dell'illegalità

mercoledì 03 gennaio 2018 - 10:50:22

Il ministro dell'Interno è volato a Bari per partecipare al Comitato nazionale per l'ordine e la sicurezza in seguito all'omicidio di un'anziana donna, usata, si teme, come scudo e colpita da colpi indirizzati contro un 20enne

marco_minniti.jpgBari, 02 gen. 2018 - (Rainews) -"Quello che è avvenuto a Bitonto, con la morte della signora Tarantino, è un fatto inaccettabile. Non è accettabile in Italia che una persona possa perdere la vita soltanto per essersi trovata in un posto sbagliato in un momento sbagliato, e tra l'altro il posto non era sbagliato e neanche il momento". Così il ministro dell'Interno Marco Minniti, al termine della riunione in prefettura a Bari del Comitato nazionale per l'ordine e la sicurezza pubblica, convocato dopo la sparatoria del 30 dicembre scorso a Bitonto, nella quale è morta una pensionata di 84 anni colpita da una pallottola in un agguato nel centro storico cittadino "Quello che è avvenuto - ha proseguito il ministro Marco Minniti- sta dentro un conflitto tra organizazzioni che hanno tutte le movenze, i modi di agire, le movenze, il rapporto col territorio, tipiche delle organizzazioni mafiose che si dedicano prevalentemente al traffico di stupefacenti e alla gestione delle piazze di spaccio. Sono organizzazioni - ha proseguito- che hanno le movenze di organizzazioni criminali mafiose, anche se non abbiamo ancora una sentenza passate in giudicato che ci dice che le organizzazioni presenti a Bitonto hanno queste caratteristiche.



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Iran, ancora scontri: 13 vittime. Rohani: Il popolo è libero di manifestare. Ma "Uniti contro i violenti"

lunedì 01 gennaio 2018 - 21:17:12

Proseguono le manifestazioni antigovernative, contro il carovita e la corruzione. Vittime tra Teheran, Izeh e Arak. Circa 400 le persone arrestate. Il presidente: "Sono piccolo gruppo che grida slogan e insulta la religione islamica" 

rohani3.jpgTeheran, 01 gen. 2018 - Non basta l'appello alla calma da parte del presidente iraniano Hassan Rohani. Le proteste antigovernative, contro il carovita e contro la corruzione del regime proseguono. Nella serata di lunedì 1 gennaio, il bilancio delle vittime è salito a 13. Un poliziotto è stato ucciso e altri tre feriti da un uomo con un fucile da caccia nella città di Najafabad, a circa 300 km a sud di Teheran. Lo riporta l'agenzia semiufficiale Mehr. Quattrocento gli arresti tra Teheran, Izeh e Arak dove 12 agenti di polizia sono rimasti feriti negli attacchi all'ufficio del governatorato della stessa città. Tra le persone fermate anche la ragazza che agitando il velo è diventata uno dei simboli delle proteste. Il presidente Rohani: "Uniti contro un piccolo gruppo che grida slogan illegali, insulta la religione e i valori della rivoluzione islamica".


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Cina a Trump: No a violare decisione Onu

venerdì 29 dicembre 2017 - 13:29:52

29 dic. 2017 - Il report su vendita e trasbordo di petrolio da una nave cinese a una nordcoreana, denunciato dal presidente americano Donald Trump come esempio di mancata collaborazione di Pechino nell'attuazione delle sanzioni contro Pyongyang, "non è accurato". Questa la risposta della Cina affidata alla portavoce del ministero degli Esteri Hua Chunying, secondo cui Pechino non permetterà mai alle compagnie nazionali di "violare le risoluzioni dell'Onu". (Rainews)
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" SEI ORE DI INCANTO " CON SANDRO PERTINI...

mercoledì 27 dicembre 2017 - 20:21:50

" O G G I ... A V V E N N E "

27 dic. 2017 - "SEI ORE DI INCANTO" CON SANDRO PERTINI. COSI' DEFINISCE IL TEMPO TRASCORSO COL PRESIDENTE SOCIALISTA, LA GIORNALISTA SCRITTRICE ORIANA FALLACI NELL' INTERVISTA INTEGRALE PUBBLICATA "IN DATA ODIERNA 1973" SULLO STORICO SETTIMANALE "L'EUROPEO".

Un dialogo istruttivo e costruttivo, utile per chi volesse accingersi ad entrare in politica...Dunque, il mio invito è rivolto soprattutto ai giovani, i quali dovrebbero prendere ad esempio e riflettere con attenzione sui contenuti dell'intervista.


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pertini-fallaci.jpgSandro Pertini
Da «L'Europeo», 27 dicembre 1973 Roma, dicembre 1973

L’uomo non ha bisogno di presentazioni. Si sa tutto su Sandro Pertini, presidente della Camera. Si conosce il suo bel passato di antifascista condannato all’ergastolo e a morte, il suo bel presente di socialista privo di fanatismi e di dogmi, il suo coraggio, la sua onestà, la sua dignità, la sua lingua lunga. Nessun segreto da svelare su questo gran signore che della libertà ha fatto la sua religione, della disubbidienza il suo sistema di vita, del buon gusto la sua legge. Nessuna scoperta da annunciare su questo gran vecchio dilaniato dalle dolcezze e dai furori, collerico, impertinente, elegante di dentro e di fuori, con quelle giacche sempre impeccabili, quei pantaloni sempre stirati, quel corpo minuto, fragile, che nemmeno le legnate degli squadristi riuscirono a frantumare. È noto che ama la moglie, i quadri d’autore, le poesie, la musica, il teatro, la cultura, che è un uomo di cultura e uno dei pochissimi politici di cui possiamo andar fieri in Italia. È anche un uomo che ha tanto da dire, senza esser sollecitato. Infatti non si intervista Sandro Pertini. Si ascolta Sandro Pertini. Nelle sei ore che trascorsi con lui, sarò riuscita sì e no a piazzare quattro o cinque domande e due o tre osservazioni. Eppure furono sei ore di incanto.


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RITORNO DELLE SPOGLIE SAVOIARDE IN ITALIA, SCELTA DISSENNATA. MATTARELLA COMPLICE IRRESPONSABILE

domenica 17 dicembre 2017 - 10:29:36

Loculi "reali"? e dintorni.  "Tiramisù all'italiana in salsa mattarelliana " Si riapre una ferita dell'Italia tradita: " l'8 settembre " rievocato sotto le insegne della Repubblica. Un vero scandalo 
 
vittorio_emanuele_iii.jpg17 dic. 2017 - di Gianfranco Tauro - E’ di ieri la notizia diffusa dalla stampa nazionale secondo cui è rientrata in Italia la salma della sig.ra Elena, moglie del defunto FUGGIASCO Vittorio Emanuele III della famiglia dei Savoia. Prossimamente è previsto anche il rientro in Italia della salma del suddetto "conte di Pallenzo". Il tutto avvenuto segretamente ed alla chetichella. In tale accoglienza, ovviamente complici "i signori della casta", rettori, vescovi e prelati... - nonchè - tanto per rimanere sul fronte cattolico, il presidente psuedo-repubblicano, "l'aristocratico" Mattarella.  
 
Qui di seguito le fresche dichiarazioni testuali della nipote Maria Gabriella: Esprimo il mio ringraziamento "a quanti hanno operato nella discrezione giovevole allo scopo" a cominciare dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, "che fattivamente propiziò la traslazione della salma in Italia".  
 
E non è tutto. In continuità e secondo la logica nepotista degli ex "regnanti" savoiardi, ciò che desta ancora più ribrezzo e scandalo, sono le frasi rilasciate a caldo dal fratello della succitata Maria Gabriella, Vittorio Emanuele (piduista e massone come il nonno), il quale sfacciatamente e senza vergogna, mentre da un lato ha lamentato la mancanza degli "onori dovuti" sul rientro della salma della nonna, avvenuta in maniera sommessa - dall'altro - affinchè "giustizia sarà fatta" occorrerà che tutti i sovrani del suo casato sepolti in esilio, riposeranno nel Pantheon di Roma ".  
 
Dichiarazioni che lasciano il tempo che trovano, pur senza alcun limite alla sfacciataggine, dimostrano miseramente che in tutta questa questione, di nobile e nobiltà non c'è proprio niente. Come mai in verità, realmente ed effettivamente, c'è mai stata nobiltà, in casa Savoia...e dintorni! 
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L'Unesco consacra la pizza: l'arte del pizzaiolo napoletano è patrimonio culturale dell'umanità

giovedì 07 dicembre 2017 - 14:19:06

Ad annunciarlo su twitter il Ministro Martina. La pizza è il settimo "tesoro" italiano ad essere iscritto nella Lista del patrimonio immateriale dell'Unesco. 

Jeju (Corea del Sud) - 07 dic. 2017 - "L'arte del pizzaiuolo napoletano patrimonio culturale dell'Umanità Unesco". Lo annuncia il Ministro delle Politiche agricole, alimentari e forestali Maurizio Martina su Twitter. "Vittoria! Identità enogastronomica italiana sempre più tutelata nel mondo", sottolinea. Dopo 8 anni di negoziati internazionali, a Jeju, in Corea del Sud, voto unanime del Comitato di governo dell'Unesco per l'unica candidatura italiana, riconoscendo che la creatività alimentare della comunità napoletana unica al mondo. 


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La notte della Superluna: ecco le immagini più belle della luna gigante

lunedì 04 dicembre 2017 - 21:50:10

Il nostro satellite naturale stanotte si è trovato in prossimità del perigeo, ovvero il punto della sua orbita di massimo avvicinamento alla Terra, quando la sua faccia visibile è completamente illuminata.
 
superluna.jpg04 dicembre 2017 -  Una Luna piena come non l'abbiamo mai vista in tutto quest'anno. Il nostro satellite naturale stanotte si è trovato in prossimità del perigeo, ovvero il punto della sua orbita di massimo avvicinamento alla Terra, quando la sua faccia visibile è completamente illuminata. Una luna piena da record dunque, che non a caso viene chiamata super Luna: quella della notte appena trascorsa è la Luna piena più vicina al nostro pianeta di tutto l'anno: un disco lunare più grande del 13 per cento e più luminoso del 28 per cento rispetto a quando il nostro satellite si trova alla massima distanza dalla Terra, ovvero all'apogeo. Chi se la fosse persa potrà rifarsi nella notte di Santa Lucia: erroneamente considerata la più lunga dell'anno, sarà illuminata da una pioggia di stelle cadenti, le Geminidi, paragonabili per quantità e brillantezza alle Perseidi (le 'lacrime di San Lorenzo' visibili ad agosto). (Rainews)

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Napoli-Juventus 0-1: Higuain sbanca il San Paolo

sabato 02 dicembre 2017 - 08:38:37

Una rete del Pipita nel primo quarto d'ora decide la sfida tra Sarri e Allegri e costringe gli azzurri al primo ko in campionato
 
el_pipita_higuain1.jpgNapoli, 01 dic. 2017 - (Corriere dello Sport) - Juve solida in difesa, concreta davanti, con un gol in avvio di partita sulla falsariga della partita di aprile dello scorso campionato. Allora fu Khedira, stasera è Higuain, solo che stavolta il gol del Napoli non arriva e al San Paolo i campioni d'Italia si prendono tre punti pesantissimi per classifica e morale, riacciuffando di fatto la squadra di Sarri e riaprendo tutti i giochi scudetto. Dopo la rete del Pipita - 5 centri su 5 sfide alla sua ex squadra - il primo tempo passa in controllo e la ripresa con qualche scossone in più ma con il pullman ben parcheggiato davanti a Buffon: azzurri costretti alla prima sconfitta in campionato e prova di forza nel momento più delicato, ribadita la propria candidatura al settimo titolo consecutivo e promemoria a tutte le avversarie: per portare via il tricolore da Torino servirà qualcosa di straordinario.  


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La via Lattea è pronta a divorare un'altra galassia

martedì 28 novembre 2017 - 19:31:04

Il "boccone" sarebbe la Piccola Nube di Magellano 

28 nov. 2017 - La Via Lattea e la sua vicina, la Grande Nube di Magellano, si stanno preparando a un banchetto cosmico che le porterà a divorare una terza galassia, la Piccola Nube di Magellano. Lo indicano i segnali ricevuti dal grande radiotelescopio australiano Askap (Square Kilometre ArrayPathfinder) del Consiglio nazionale delle ricerche australiano(Csiro) e analizzati dal gruppo dell'astrofisica NaomiMcClure-Griffiths, dell'Australian National University (Anu). "Le galassie grandi come la nostra hanno bisogno di 'mangiare' continuamente galassie più piccole per acquisire carburante e produrre nuove stelle. Altrimenti esauriscono le loro riserve di energia e muoiono. E' il ciclo della vita nello spazio", scrive la ricercatrice sul sito dell'università. "La Via Lattea - aggiunge - ha bisogno di mangiare galassie percontinuare a produrre stelle". McClure-Griffiths e la sua squadra della Scuola di Astronomiae Astrofisica dell'università hanno concentrato la ricerca sulla Piccola Nube di Magellano, la galassia nana dalla forma irregolare molto vicina alla Via Lattea e che contiene alcune centinaia di milioni di stelle. Distante circa 200.000 luce dalla nostra galassia, è uno degli oggetti più distanti visibili a occhio nudo. Un giorno però non ci sarà più, spiega McClure-Griffiths. La Piccola Nube di Magellano è destinata ad essere divorata da due galassie molto più grandi: nel corso di diversi miliardi di anni sarà completamente incorporata dentro di esse. La spia di questo processo sono le distorsioni che il radiotelescopio ha permesso di osservare ai margini della Piccola Nube di Magellano, dovute soprattutto all'interazione con le sue 'ingombranti' vicine di casa. (Rainews)
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Reggio, Guarneri con le “Maschere” fa rivivere la magia di Pirandello

domenica 26 novembre 2017 - 16:45:44

enrico-guarneri-al-cilea.jpgReggio Calabria, 26 nov. 2017 - (Strill.it) - Con “Maschere (La Patente-La Giara) nuovo spettacolo ideato e diretto da Guglielmo Ferro con l’istrionico Enrico Guarneri,  “esplode” il teatro “Francesco Cilea”. Enrico è ormai un amico della città dello Stretto, è uno dei maggiori esponenti della grande tradizione teatrale siciliana e ieri sera, dopo aver registrato con i matinèe per le scuole un sold-out meritatissimo, sigla un altro pienone vestendo i panni dei protagonisti delle due famose novelle di Luigi Pirandello, “La Giara” e “La Patente”. E’ un intenso e coinvolgente spettacolo che strappa tante risate ad un pubblico divertito e particolarmente ammaliato dalla carica emotiva del protagonista catanese ma anche dall’esuberante cast di attori siciliani, bravissimi a rendere ancora più leggera un’opera che si dipana all’interno del pensiero pirandelliano delle Maschere e del gioco del teatro nel teatro. Una full immersion nella filosofia esistenziale del poeta italiano in due atti unici che si fondono tra loro creando un solo spettacolo. Sul palco, predomina la psiche umana tanto studiata da Pirandello che mette a nudo la crisi dell’“Io” che, spodestato della sua vera identità, per poter esistere è costretto a trovarne un’altra assumendo la maschera impostagli da altri. Il merito del regista Ferro è quello di aver costruito una cornice “meta-teatrale” affidando l’arduo compito ad una colonna del teatro italiano, Enrico Guarneri che, con la sua innata ironia, riesce ad indossare senza alcun problema, gli abiti di personaggi grotteschi con le loro fissazioni maniacali ma anche, di aver imposto un vero inno alla sopravvivenza e alla resistenza del Teatro. In due ore, sono tirate fuori le “maschere” del mondo letterario pirandelliano e, come se fossero riposte in uno scrigno, compaiono le fragilità dell’essere umano partendo da “La Patente” che si svolge in un luogo/non luogo, senza tempo e senza spazio. 


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Uma Thurman, thanksgiving al veleno: "Harvey Weinstein, non meriti neanche una pallottola"

venerdì 24 novembre 2017 - 09:10:49

Contro il produttore di Hollywood travolto dallo scandalo molestie sessuali scende in campo anche l'attrice simbolo di una stagione dorata di Hollywood. E lo fa con un messaggio su Instagram in occasione della Festa del Ringraziamento

umatruman.jpg24 nov. 2017 - Dopo aver a lungo taciuto (il 5 ottobre è uscita la notizia delle attivita' predatorie sessuali di Harvey Weinstein), Uma Thurman, che, prima con 'Pulp Fiction' e poi con la saga 'Kill Bill' di Quentin Tarantino (tutti prodotti dall'ex re Mida di Hollywood), e' assurta ad icona del cinema Usa, oggi si e' lasciata andare a una critica sprezzante sostenendo: "Harvey Non meriti neanche un pallottola". Sul suo account Instagram, l'attrice inizia augurando buon Thanksgiving ai suoi fan e prosegue: "Ho detto recentemente che ero arrabbiata, e avevo qualche ragione, #metoo (l'ashatag su Tiwtter per denunciare le molestie seessuali)....Penso fosse importante prendermi del tempo, essere corretta e precisa per cui buon Thanksgiving a tutti! (Eccetto tu Harvey, e tutti i tuoi malvagi cospiratori - sono felice che tutto stia procedendo lentamente- perche' tu non meriti neanche una pallottola). Continuate a seguirmi. Uma Thurman". (Rainews)
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L'annuncio in diretta Tv del presidente iraniano Hassan Rohani: "Lo Stato islamico è finito"

martedì 21 novembre 2017 - 11:31:17

Parole che arrivano dopo il colloquio a Sochi tra il leader siriano Bashar al-Assad e il presidente russo Vladimir Putin e alla vigilia del trilaterale che domani vedrà riuniti nella città sulle rive del Mar Nero Putin, Rohani e il leader turco Recep Tayyip Erdogan

rohani_annunciotv.jpgTeheran, 21 nov. 2017 - (Rainews) - Il presidente iraniano Hassan Rohani ha annunciato la fine del sedicente Stato Islamico in un discorso trasmesso in diretta dalla tv di Stato iraniana. L'annuncio arriva dopo il colloquio a Sochi tra il leader siriano Bashar al-Assad e il presidente russo Vladimir Putin e alla vigilia del trilaterale che domani vedrà riuniti nella città sulle rive del Mar Nero Putin, Rohani e il leader turco Recep Tayyip Erdogan.
 
Putin e Assad: "La lotta al terrorismo sta finendo" In Siria le operazioni militari contro i terroristi si stanno avvicinando alla fine, ora bisogna lavorare per una soluzione politica della crisi. E' quanto ha detto il presidente russo Vladimir Putin al presidente siriano Bashar Assad nell'incontro che hanno avuto ieri a Sochi, sul Mar Nero, secondo quanto riferito in una nota dal Cremlino. "Credo che il problema del terrorismo sia universale - ha affermato Putin - molto deve essere fatto per raggiungere una vittoria completa sul terrorismo, ma, per quanto riguarda la nostra cooperazione nella contro i terroristi in Siria, l'operazione militare sta realmente arrivando alla conclusione". 



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mer 17 gen 2018 22:48:11 CET
DALLE CONSORTERIE RAZZISTE ITALIANE, ATTACCHI INSENSATI CONTRO MOSCOVICI
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CONTROSENSO ASSOLUTO - Sullo sfondamento del tetto del 3% nel rapporto tra deficit e Pil, non ha certo tutti i torti Moscovici nel respingere al mittente tale proposta, definita a ragione: controsenso assoluto. Soprattutto adesso che le crisi economiche europee, in linea di massima sono superate in una fase di moderata crescita e ripresa.
 
LE MIE CONCLUSIONI: E' evidente il qualunquismo delle destre assume contorni preoccupanti. Per arginare il rischio e il pericolo di una eventuale avanzata del Blocco anti-democratico e conservatore, non rimane che, la discesa in campo di nuove leve.. Giovani forti e determinati, onesti e coraggiosi, culturalmente preparati, in grado di proporre nuove idee progressiste ( su questo garantisco, siamo a cavallo...) per ridare potere al popolo, cosi come sancito dall'art. 1 della Costituzione repubblicana...Dunque, Avanti!
 
Gianfranco Tauro
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mer 03 gen 2018 10:50:22 CET
Sparatoria Bitonto. Minniti: fatto inaccettabile. Dobbiamo prosciugare lo stagno dell'illegalità
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In questo ambito, quello che è avvenuto è da collocarsi tra le azioni di contrasto tra due gruppi malavitosi, è possibile pensare che ci sia stata un'azione di rappresaglia". Il ministro ha quindi precisato che "aspettiamo ancora la ricostruzione completa per la morte della signora Tarantino, che è morta del tutto innocente ed estranea alla vicenda". "Se questo è il dato, noi abbiamo deciso un'attività che ha una triplice capacità di intervento: lavorare per individuare ed arrestare il più rapidamente possibile i componenti del gruppo di fuoco, avere un'attività piu strutturale intesa ad affrontare il tema della criminalità organizzata, in generale nella provincia di Bari, ma in particolare a Bitonto, non dare tregua ai clan criminali anche attraverso attività investigative di medio periodo. Terzo livello dell'intervento sarà quello di uno straordinario controllo del territorio, la risposta sarà molto dura e avrà la presenza dello Stato a Bitonto". Per il ministro dell'Interno "non saranno consentiti nemmeno gli angoli franchi, a Bitonto, non le zone franche. Ci sarà un' azione di contrasto ad ogni forma di illegalità, perchè le organizzazioni malavitose di stampo mafioso si muovono come un pesce nell'acqua, e dobbiamo prosciugare lo stagno dell'illegalita'". "Tutto questo - ha detto ancora Minniti - è stato coordinato con l'Autorità giudiziaria, col sindaco della Città metropolitana e del sindaco di Bitonto. La mia presenza qui vuol dire una vicinanza ai sindaci, alla popolazione. Il segnale che vogliamo dare è vicinanza alla popolazione di Bitonto, che subisce l'inaccettabile e prevaricante azioni di piccoli gruppi a carattere criminale mafioso. Compito dello Stato è stare vicino ai cittadini e proteggerli. Le operazioni si protrarranno sino a quando sarà necessario. Da questo punto di vista - ha concluso il ministro Minniti - se qualcuno vuole aspettare che noi ci fermiamo, suggerisco di non puntare su questo, perchè lo Stato non si ferma".

Decaro: non siamo in fiction tv - "E' un territorio sano. Non siamo in una fiction televisiva. Guidiamo persone perbene". Lo ha detto il sindaco della Città Metropolitana di Bari e presidente dell'Anci, Antonio Decaro, in Prefettura a Bari a margine del Comitato nazionale per l'ordine e la sicurezza, con il ministro dell'Interno Marco Minniti, convocato dopo le sparatorie e l'omicidio a Bitonto di una anziana passante. Per Decaro, serve una "risposta dura delle forze dell'ordine e della Magistratura". "Questi vigliacchi -ha detto il sindaco- hanno colpito un simbolo: la persona uccisa e il luogo, centro storico che sta rifiorendo, davanti a una chiesa. E quando questo succede noi agiamo. Lo Stato siamo tutti noi, tutta la comunita' dell'area metropolitana estirpare erba infestante fatta da criminali che pensano di continuare a vivere nella nostra comunita'".

Tra 90 giorni consegna esito autopsia - Tra 90 giorni il medico legale Francesco Introna, direttore del Dipartimento di medicina legale del Policlinico di Bari, consegnerà l'esito dell'autopsia eseguita sul corpo di Anna Rosa Tarantino. I risultati dell'esame autoptico dovrebbero confermare o smentire l'ipotesi che il presunto destinatario delle pallottole possa essersi fatto scudo dell'anziana, che è stata raggiunta da due proiettili al fianco destro e ad una gamba. Proprio per rispondere ai quesiti dei magistrati inquirenti, che dovrebbero avere in Procura un incontro con polizia e carabinieri, l'equipe del professore Introna ha visitato sabato scorso Casadibari, ricoverato al Policlinico, per capire se fosse possibile un allineamento della traiettoria dei proiettili tra vittima e ferito. Quindi i medici legali procederanno a una ricostruzione in 3D della scena del crimine e degli avatar di Tarantino e Casadibari modificando posizione e movimenti di entrambi con un software dedicato a fugare ogni dubbio. Oggi intanto è stato indetto il lutto cittadino. Nel pomeriggio i funerali della donna, in serata fiaccolata fino al luogo dell'uccisione dove è stata posta una targa commemorativa.
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lun 01 gen 2018 21:17:12 CET
Iran, ancora scontri: 13 vittime. Rohani: Il popolo è libero di manifestare. Ma "Uniti contro i violenti"
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Negli scontri dei giorni scorsi almeno due persone sono morte a Doroud, nel Lorestan. Sei le vittime secondo altre fonti, non ufficiali. Nella sola Teheran inoltre sono stati arrestati 200 manifestanti, alcuni dei quali già rilasciati, e una quarantina di leader della protesta, accusati di aver organizzato "manifestazioni illegali" e di aver danneggiato proprietà pubbliche, ha reso noto il vicegovernatore della capitale Nasser Bakht. E proprio per evitare i raduni di strada le autorità hanno bloccato, anche se "solo temporaneamente", l'accesso ai social netowrk, in particolare Telegram e Instagram.

L'appello all'unità di Rohani Il presidente iraniano Hassan Rohani, incontrando un gruppo di parlamentari, ha lanciato un appello all'unità tra "governo, parlamento, giustizia e esercito" per tutelare gli "interessi nazionali" contro un "piccolo gruppo che grida slogan illegali, insulta la religione e i valori della rivoluzione islamica". "Ora - ha detto - dobbiamo concentrarci sull'importanza del sistema, della rivoluzione, degli interessi nazionali, della sicurezza e della stabilità della regione". La situazione dell'economia iraniana, ha proseguito il presidente, "è migliore rispetto al livello medio mondiale e la crescita economica del paese si è attestata al 6% nella prima metà dell'anno iraniano, ma ciò non significa che tutti i problemi siano stati risolti. Per far ciò ci vuole tempo". Rohani ha poi ricordato che il governo ha creato 700.000 posti di lavoro, ma, ha aggiunto, "accettiamo le critiche contro l'attuale alto tasso di disoccupazione".
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ven 29 dic 2017 13:29:52 CET
Cina a Trump: No a violare decisione Onu
 
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mer 27 dic 2017 20:21:50 CET
" SEI ORE DI INCANTO " CON SANDRO PERTINI...
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SANDRO PERTINI - Sicché gli ho detto: « Senta, la politica se non è morale non m’interessa. Io, se non è morale, non la considero nemmeno politica. La considero una parolaccia che non voglio pronunciare». E lui: «Ma caro Pertini! In politica, fare i morali è un’ingenuità!». E io: «Senta, mi dia pure del sentimentale o dell’ingenuo. Tanto non me ne offendo, per me anzi è un onore. Ma non esiste una moralità pubblica e una moralità privata. La moralità è una sola, perbacco, e vale per tutte le manifestazioni della vita. E chi approfitta della politica per guadagnare poltrone o prebende non è un politico. È un affarista, un disonesto». Gli ho detto proprio così, cara Oriana, e aggiungo: se li esamina bene, questi che affermano in-politica-essere-onesti-è-un’ingenuità, scopre che sono disonesti anche nella vita privata. Ladri di portafogli. Oh, la politica io l’ho sempre vista come una missione da assolvere nell’interesse del popolo, al servizio di una fede. L’ho scelta come una fede, come un lavoro, nello stesso spirito dei preti che dicono «Sacerdos sum in aeternum». Lo capiva anche mia madre. Mia madre non condivideva le mie idee: era una cattolica, lei, una credente. Però era fiera di me e ripeteva: «Ah, se il mio Sandro fosse stato un soldato di Cristo, che bel soldato di Cristo sarebbe!». E aveva ragione. Perché io non avrei fatto il parroco o il cardinale. Avrei fatto il missionario, il...

ORIANA FALLACI - Non a caso c’è quella sua frase: «Se mi volto a guardare la strada che ho percorso, posso dire di aver speso bene la mia vita».

Sì. E posso dirlo in coscienza, Oriana. Io ho fatto una scelta da giovane e, se per un prodigio tornassi indietro, rifarei la stessa scelta. Perché era una scelta giusta. Vede, io di solito non vado ai ricevimenti. Preferisco stare con mia moglie, la sera, o leggermi un libro o recarmi a teatro. Ma a volte capita che debba andare ai ricevimenti e allora vedo quei professionisti ricchi e provo una tale pena per loro. Hanno conquistato il denaro, sì. Hanno conquistato il successo e il potere. Eppure sono frustrati perché si sono accorti di aver avuto una vita vuota. Non vorrei essere al posto loro quando viene l’ora dei lupi. Ingmar Bergman la chiama l’ora dei lupi, cioè l’ora antelucana, l’ora in cui ci troviamo soli anche se accanto c’è la compagna della nostra vita, e non possiamo mentire a noi stessi. La mia ora dei lupi è alle cinque del mattino, quando mi sveglio magari per riaddormentarmi, e nella penombra analizzo ciò che ho fatto il giorno prima. Ne esce un esame di coscienza che si allunga nel tempo, nel passato, e deve credermi, Oriana: non ci trovo errori. Oh, non che possa negare d’aver commesso errori. Chi cammina talvolta cade. Solo chi sta seduto non cade mai. Però i miei errori sono frange che invariabilmente nascono dal mio caratteraccio. Non sono errori sostanziali. Il mio caratteraccio... Sono sempre stato un passionale, un impetuoso. Anche da giovane e prima di finire in carcere, sa? Non posso darne la colpa al carcere, alle sofferenze, e anzi ora son migliorato. Questa mia carica, se non altro, ha servito a imbrigliare un poco le mie impazienze. A impormi un po’ di self-control. Oh, quante persone ho investito con le mie ire improvvise, i miei atteggiamenti rigidi, le mie interruzioni! Compagni di partito, colleghi. Perfino come presidente della Camera, sa? Chi è stato investito da me non immagina certo quanto me ne rammarichi, quanto me ne sia sempre rammaricato. A mia discolpa posso dire soltanto che la mia passionalità è sempre stata morale e non fisica, la mia violenza è sempre stata verbale e non materiale. Non ho mai fatto a pugni. Ho preso tante legnate dai fascisti e non gliele ho mai restituite. E sebbene ritenga giusto che un uomo di fede abbia violenze perché, quando una cosa è stonata, l’uomo di fede deve dirlo con violenza, dopo me ne dispiace. Così all’ora dei lupi brontolo: accidenti, ho fatto male a lasciarmi trascinare dall’ira con quel mio compagno, con quel mio collega. Oggi gli offro un caffè e cerco di farmi scusare. Io sono umano, Oriana. Ecco perché sono un cattivo politico.

Un cattivo politico?
Sì. In politica bisogna essere freddi, bisogna essere cinici. Io non sono né freddo né cinico e di conseguenza... Le racconto una cosa sola. Nel 1929 mi denunciò un fascista: Icardio Saroldi. Mi riconobbe per strada, mi fece seguire, arrestare, e fu in quell’occasione che rimasi dentro quindici anni. Tutta la mia giovinezza, cara Oriana. In carcere ci sono andato coi capelli neri e ne sono uscito coi capelli grigi. Ebbene, nel 1945, subito dopo la liberazione di Milano, giunge un corriere politico da Savona e mi dice: «Icardio Saroldi è stato preso e stanno per fucilarlo». «Per quale ragione stanno per fucilarlo?», chiedo. «Perché ti ha denunciato nel 1929», risponde. «Ah, no! Se è per questo, no. Mi oppongo. Sarebbe una vendetta personale e di vendette personali io non ne ho mai volute. Io la lotta l’ho sempre vista nel suo complesso, non come lotta al singolo.» Poi do ordine di liberarlo e, qualche tempo dopo, costui manda sua moglie a ringraziarmi. Esauriti i ringraziamenti, questa moglie mi dice: «Posso chiederle un altro favore?». «Prego, signora, si figuri.» «Ecco, le dispiacerebbe farmi una dichiarazione dove afferma che mio marito non la denunciò?» Mi arrabbiai. Gridai: «No, signora, no, io sono buono ma due volte buono significa imbecille». La mandai via e... poi Saroldi entrò nel Movimento sociale. Mi spiego? Un altro non se la sarebbe presa come me, non si sarebbe meravigliato. Io invece ne soffro e mi irrigidisco... Un po’ la storia del questore Guida. Lei sa che al presidente della Repubblica, della Camera, del Senato, spetta viaggiare col saloncino, che poi è una vettura speciale attaccata al treno. Sicché vado a Milano e, quando il saloncino è fermo su un binario morto perché sto facendo colazione, il mio segretario dice: «Il questore Guida ha chiesto di ossequiarla, signor presidente». E io rispondo: «Riferisca al questore Guida che il presidente della Camera Sandro Pertini non intende riceverlo». Mica perché era stato direttore della colonia di Ventotene, sa? Non fosse stato che per Ventotene, avrei pensato: ormai tu sei questore e voglio dimenticare che hai diretto quella colonia, che vieni dal fascismo, che eri un fascista. Perché su di lui gravava, grava, l’ombra della morte di Pinelli. E a me basta che Pinelli sia morto in quel modo misterioso quando Guida era questore di Milano perché mi rifiuti di accettare gli ossequi di Guida. Oriana, io non sono capace di far compromessi!

Per questo non ha mai voluto diventare presidente della Repubblica?
Eh! Eh! Non mi sarei proprio sentito a mio agio, lì al Quirinale! Infatti ogni volta che qualcuno tentava di farmi eleggere, io appoggiavo un altro candidato. L’ultima volta ho appoggiato Leone. E non me ne pento. È un uomo che ha una grande carica umana e tra i democristiani non è un clericale, è un laico vero. Inoltre non si dà arie, non è presuntuoso, ed è un gran giurista. Il che giova a un capo di Stato. È un uomo giusto al posto giusto, sì. E gli sono amico sebbene abbia avuto molti scontri con lui, ma io mi chiedo chi non abbia avuto scontri con me. E sono felice di non trovarmi al suo posto perché... Oriana, parliamoci chiaro: io non me la sarei sentita di mandar telegrammi gentili a certi capi di Stato. Non me la sarei sentita di stringer loro la mano. Io, quale presidente della Camera, mi son rifiutato di ricevere il presidente del Sud Africa, l’ambasciatore greco, l’ambasciatore spagnolo, l’ambasciatore portoghese. Eh! Non hanno messo piede, quei signori, qui dentro! Non ce lo mettono. Si rivolgono al mio segretario, come il questore Guida, spiegano di voler rendere omaggio al presidente, e io gli fo rispondere che il presidente non gradisce affatto il loro omaggio: il presidente non li riceve. Al Quirinale ci sarei costretto sennò dovremmo rompere le relazioni diplomatiche, scoppierebbe una guerra: qui invece! Qui al massimo dichiarano guerra a Pertini, come l’ambasciatore sovietico. Sapesse che diverbio ho avuto con l’ambasciatore sovietico pei fatti di Praga! Voi ristabilite l’ordine coi carri armati, gli ho detto, proprio alla maniera dei fascisti che lo ristabilivano con le baionette. Voi volete l’ordine che c’è nelle galere, nei cimiteri! Ci siamo lasciati male. Così male che non è più venuto da me e io non sono più andato da lui. Però anche con Nixon mi lasciai freddamente: «Buongiorno, buongiorno». Eh! Lui pronunciò quell’espressione pace-nella-sicurezza, e io replicai: «No, no, presidente. Io ho detto pace e basta. Pace tout-court». Eh! Lo sapevo ben io cosa intendeva, Nixon, con la parola sicurezza. C’era anche Kissinger, io non sapevo che fosse Kissinger ma lo guardavo perché mi fissava e intanto suggeriva le cose a Nixon. Non so cosa gli suggerisse. Forse gli diceva che m’ero opposto al Patto atlantico e alla guerra in Vietnam. E si comportava con la stessa freddezza di Nixon. Io, con altrettanta freddezza. Figuriamoci, dunque, se sto al Quirinale a ricevere le credenziali di quello e di quell’altro!

D’accordo, però...
Non mi sembrò un tipo umano, Nixon. Mi sembrò molto arrogante, molto pieno di sé. Uh, quella mascella! Non mi piace proprio, quella mascella. E quei lineamenti da bulldog. Non mi piacciono proprio. Denunciano una prepotenza. Intendiamoci: fino al momento in cui ci scontrammo, con me non fu arrogante. All’inizio, anzi, fu quasi cordiale. Disse che conosceva il mio passato, che mi faceva onore, che anche gli ufficiali americani avevano elogiato il mio coraggio... Ma quando chiarii che ero per la libertà di tutti i popoli e che certi focolai di guerra mi sdegnavano, tutto cambiò. E durò tre quarti d’ora, il colloquio. Infatti fuori c’era Fanfani che scalpitava. Forse temeva che gli portassi via il suo turno.

Insomma, Pertini, lei è ancora l’uomo che fece pianger sua madre perché aveva chiesto la domanda di grazia.
Lo stesso uomo, lo stesso! Se una cosa va contro la mia coscienza, io non ci sto. Per esempio, quando ci fu da firmare il telegramma dei presidenti delle assemblee europee alla giunta cilena. Era un telegramma duro ma finiva con le parole: «Vogliate-credere-ai-sentimenti-della-nostra-alta-considerazione ». Saltai su e: «Cos’è questa storia?». «Non vuol dire nulla, si tratta di politesse française», risposero. E io: «C’è anche la politesse italienne. Io non firmo». Allora telefonò Edgard Faure, il mio collega francese. Uomo spiritoso, simpatico, scrittore di romanzi gialli. «Pertini, quella formula.» E io: «No, caro collega, no. Io l’alta considerazione non gliela do a quegli assassini che hanno ammazzato Allende, a quei criminali che hanno dimenticato perfino cos’è un giuramento per gli ufficiali d’onore». «Ma noi teniamo alla sua firma, Pertini.» «Se ci tenete, togliete l’alta considerazione. » Bè, la tolsero. Il telegramma partì come volevo io. E qui dentro mi comporto nello stesso modo. Perché, mi ascolti, Oriana: finché sono presidente lo sono nei termini voluti della mia coscienza e, se cercano di costringermi a fare qualcosa che non mi convince, me ne vado. Do le dimissioni. Subito. Io nel mio discorso di insediamento ho parlato della Resistenza e ho detto le cose chiaro e tondo: dinanzi ai fascisti. Durante le interrogazioni sul Cile ho commemorato Allende con un discorso assai forte: dinanzi ai fascisti. Dopo i fatti di Praga ho commemorato Jan Palach: dinanzi ai comunisti. Ho anche reso omaggio ad Alessandro Panagulis quando i colonnelli lo hanno condannato a morte. E ho detto cose per cui si sono alzati tutti in piedi: dai comunisti ai fascisti. Lo stesso per Palach. Lo stesso per Allende... Sì, Oriana: sono ancora l’uomo che fece piangere sua madre perché aveva presentato domanda di grazia.

Pertini, si è pentito mai di averla fatta piangere?
Oh, sì! Se penso che le scrissi: «Io ti considero morta per ciò che hai fatto...». Se penso che la tenni due mesi senza posta... Ero esasperato ma commisi ugualmente una crudeltà. Me ne resi ben conto il giorno in cui la censura lasciò passare una lettera dei miei amici di Savona. Era una lettera in cui mi dicevano: Sandro, tu la stai ammazzando questa povera vecchia. Lei non è colpevole, Sandro: fummo noi a cercarla e chiederle di domandare la grazia. Lei rispondeva no, non devo farla la domanda di grazia perché il mio Sandro non vuole, gliel’ho promesso, gliel’ho giurato, voglio esser degna di lui. Ma noi insistemmo: signora, suo figlio sta morendo, solo lei può salvarlo. E una madre, pur di salvare il figlio, si aggrappa a un ferro rovente. Appena seppi la verità, le scrissi e... L’avrei rivista nel 1943, la mia mamma. Per pochi giorni. E poi non l’avrei rivista più... Dice che i tedeschi avevano occupato la casa dove lei viveva sola. Dice che dormivano lì e lei ne soffriva tanto. Si ribellava, diceva: «Mi fate le prepotenze perché non c’è mio figlio! Ma verrà, mio figlio, a mettervi a posto!». Si ammalò, in quel periodo. Cadde da una sedia e si ammalò. I compagni di Milano lo sapevano e me lo tennero nascosto. Temevano che corressi ad abbracciarla e così mi facessi arrestare dai tedeschi. E io non la rividi più, la mia mamma. Morì nel 1945, lo seppi durante la Liberazione. Il destino. Mia moglie entrò nel mio studio con una compagna e disse: Sandro... Oh! Mi scusi, Oriana... Ma io ho amato così immensamente mia madre... Dice che stava sempre seduta sul muricciolo... C’era un muricciolo dinanzi a casa mia... E la gente passava e le diceva: «Cosa fa, signora Gin, cosa aspetta?». Perché la chiamavano signora Gin. E lei rispondeva: «Aspetto il mio Sandro». Per anni e anni e anni. Tutti gli anni che son stato in galera...

Pertini, non le capita mai di maledire gli anni passati in galera?
Senta, sarebbe da spavaldi dire sono-contento-di-aver-vissuto-quindici-anni-in-prigione. Parliamoci chiaro, Oriana: la mia giovinezza s’è esaurita nella rinuncia. Ero un giovane ardente, esuberante: lo sapevano tutti a Savona. Così quella rinuncia ha pesato su me. Oh, se ha pesato! Però non li maledico quegli anni, non maledico il fatto di aver pagato quel prezzo. Un uomo di fede non può sfuggire ai sacrifici e deve pagar di persona. Altrimenti non è un uomo di fede. Io, in carcere, pensavo: non sono qui dentro per un reato comune ma per aver difeso la mia fede. E la fierezza compensava la rinuncia. D’accordo, ogni tanto v’era un cedimento. Quella mattina ad esempio in cui udii le campane di Ventotene e aprii la finestra e mi investì la primavera, un profumo di fiori... Sa, i fiori che sbocciano la notte e all’alba spandono il loro profumo... E mentre ascoltavo quelle campane, mentre aspiravo quel profumo, giunse l’eco di un canto d’amore. Un canto che si levava da una barca di pescatori. E mi prese come un capogiro, come un dolore per questa vita che entrava dalla finestra e che io non potevo toccare... Si ridestarono in me tutti i desideri, tumulti di desideri... Può immaginarli, Oriana, i desideri di un giovane che non ha ancora trent’anni. Ma io mi strinsi la testa tra le mani, mi buttai un po’ d’acqua fredda sul volto e mi dissi: «Non fare il cretino, Sandro, non lasciarti cogliere dalle nostalgie». Oriana, se io fossi stato in carcere per un reato comune, per bancarotta fraudolenta, che so, per un assegno a vuoto, che so, io... mi sarei suicidato. Perché, se ci stai per un reato comune, la galera è orrenda. Se invece ci stai per una fede politica e sai di rappresentare un simbolo, ecco: la tua giornata ha un senso e la tua cella non è più buia. Io non sono credente ma in carcere ho letto la storia dei primi cristiani e ho capito quel che mi raccontava mia madre quand’ero bambino. Li ho capiti i martiri che, per rifiutarsi d’accendere due granelli d’incenso sotto la statua di Cesare, si lasciavano sbranare dai leoni. E ho capito Cristo, ho ammirato pazzamente la vita di Cristo. Perché è la vita di un uomo di fede, è la vita di un uomo. Un uomo è un uomo quando vince il dolore e non tradisce la propria idea. Io non l’ho mai tradita, Oriana.

Lo so. Lo sanno tutti. Infatti nessuno parla male di Pertini. Nemmeno gli avversari, i nemici.
Sì, ed è una consolazione come il giorno in cui Leto... Leto, il capo dell’OVRA. Molto intelligente, molto preparato, anche se era il capo dell’OVRA: lo dica pure. Del resto nessuno è più informato di lui sugli uomini politici italiani. Ebbene, il giorno in cui mi consegnò i documenti che ho usato per il mio libro Sei condanne e due evasioni, Leto ci appoggiò le mani sopra ed esclamò: «Pertini, bisogna dire che non c’è mai stata un’oscillazione nella sua condotta. Non c’è proprio nulla da dire contro di lei, non c’è un neo in tutta la sua vita». Però ho pagato così duramente, Oriana. Ho pagato anche con la morte di due fratelli... No, non ho alcuna difficoltà a parlare di quello che s’era iscritto al Partito Fascista. Lo amavo tanto... Eravamo due amici prima che due fratelli... Avevamo fatto insieme la prima guerra mondiale e... Pippo era molto diverso da me. Era estroverso, cordiale, e non capiva nulla di politica. Nulla. Sa perché si iscrisse al Partito Fascista, nel 1923? Perché, durante una manifestazione, si vide sputare addosso dagli operai. Faceva l’ufficiale di carriera e... Il destino. Ci togliemmo reciprocamente il saluto. Se per caso ci incontravamo per strada, io guardavo da una parte e lui dall’altra. Se io andavo da mia madre, lui non ci andava. Se lui andava da mia madre, io non ci andavo. Per non vederci. Gli riparlai soltanto nel 1925, dopo che ero stato arrestato e processato a Savona. Ormai libero, facevo di nuovo l’avvocato. E Pippo venne al mio studio e, piangendo come un bambino, confessò che almeno tre volte s’era avvicinato al carcere per visitarmi. Non aveva avuto il coraggio di presentarsi per timore che lo rimproverassi. Poi andai in Francia. Poi tornai, fui arrestato di nuovo, processato di nuovo, condannato di nuovo, stavolta all’ergastolo e allora... Allora lui uscì dal Partito Fascista e a quarantun anni morì. Di crepacuore.

Cosa significa morto di crepacuore?
Significa morto di crepacuore. Di dolore. Di strazio. Era sano, lo colse un infarto cardiaco. E il pensiero di non essermi riconciliato con lui mi schiantò in modo tale che in breve tempo diventai canuto. Una sera il direttore del carcere mi osserva sbalordito ed esclama: «Cosa è successo, Pertini?». «Perché?», rispondo. «Perché avete i capelli bianchi, Pertini. » Ecco la storia di mio fratello Pippo. E se Pippo ha commesso un errore, ha pagato. E io con lui... Io con lui... E poi avevo un altro fratello che si chiamava Eugenio. Tra me ed Eugenio c’erano solo due anni di differenza. Così crescemmo insieme: al collegio insieme, al ginnasio insieme. Poi lui andò in America e, quando tornò, io ero in carcere da tanto tempo. Ho ricostruito per caso la sua via crucis. L’ho ricostruita dopo la Liberazione, attraverso un maresciallo dei carabinieri di Genova. Venne da me e mi chiese: «Lei è parente di Eugenio Pertini?». «Sì, è mio fratello.» «Ah! Ora capisco tutto.» E mi raccontò che un giorno del 1944 aveva incontrato Eugenio e gli aveva rivolto la stessa domanda: «Lei è parente di Sandro Pertini?». «Sì, è mio fratello.» «Ah! Devo darle una brutta notizia. Suo fratello è stato fucilato a Forte Boccea l’altra mattina.» Glielo aveva detto convinto che fosse vero: io ero stato condannato a morte, con Saragat, e la notizia della mia evasione non era giunta in Liguria. Così Eugenio era caduto su una poltrona, come svenuto, e... Vede, allo stesso modo in cui Pippo non capiva nulla di politica, Eugenio non aveva mai fatto della politica. Oltretutto era un po’ claudicante. Ma dopo quella notizia si iscrisse al Partito comunista e si abbandonò a una attività sfrenata. Fu arrestato mentre attaccava manifesti contro i nazisti. Fu picchiato selvaggiamente, poi condotto al campo di Bolzano dove gli chiesero di nuovo: «Sei parente di Sandro Pertini?». «Sì, era mio fratello.» «Era?» «Me l’hanno fucilato.» «Macché fucilato! Dirige la Resistenza.» E lui si mise a piangere di gioia, m’hanno raccontato, e da quel momento si comportò ancora meglio. Lo portarono a Flossenbürg e... Questo è il destino, cara Oriana, il destino! Perché sono stato a Flossenbürg, e ho fatto i calcoli, e ho scoperto che nello stesso momento in cui alla testa dei partigiani inneggiavo alla libertà riconquistata in Milano... alla stessa ora dello stesso giorno... 25 aprile 1945... mio fratello veniva fucilato nel campo di Flossenbürg... Mio fratello Eugenio e... prima Pippo e poi Eugenio e... Oriana... mi creda... abbiamo pagato...

Oddio! Pertini, mi perdoni, Pertini. Mi perdoni d’averla lasciata parlare di questo.
Non importa. Non bisogna aver paura di piangere. Non bisogna frenare le lacrime quando vogliono uscire. Un uomo deve saper piangere. Ma lei deve capire perché uso così spesso il verbo pagare.

E la parola destino

Lo chiami destino, le chiami coincidenze, però le coincidenze della mia vita sono coincidenze eccessive per sembrare solo coincidenze. Pensi al mio incontro con Mussolini, poco prima della liberazione di Milano. Vengo a sapere che i rappresentanti del CLN Alta Italia sono riuniti da Schuster, così mi precipito all’arcivescovado, salgo su per una rampa della scalinata, e giù per l’altra rampa vedo scendere un vecchio in uniforme circondato da gerarchi. Un vecchio molto pallido, molto scavato. Resto un po’ incerto e poi dico a me stesso: «Ma quello è Mussolini!». Era proprio Mussolini che s’era appena recato da Schuster per dire che era pronto ad arrendersi purché nei suoi confronti fossero applicate le norme dei Diritti delle Genti. Quando Schuster parlò di Diritti delle Genti io risposi: «Se si arrende, sarà consegnato al CLN. Il CLN lo affiderà a un tribunale del popolo e giustizia sarà fatta». Allora intervenne il prefetto di Milano, e disse che io non avevo assolutamente a cuore le sorti di Milano: se Mussolini fosse morto, i tedeschi avrebbero messo la città a ferro e fuoco. E a lui risposi: «Senta, è dal 1922 che io ho a cuore non solo le sorti di Milano ma di tutta l’Italia. La ruota dell’insurrezione ha già incominciato a girare. Non saremo né io né lei a fermarla». Oh, io non ebbi mai dubbi sul fatto che Mussolini dovesse arrendersi al CLN e venir fucilato. Dovevamo impedire che finisse nelle mani degli alleati che lo volevano vivo. Sul fatto di impedire che finisse nelle mani degli alleati, del resto, ci mostrammo tutti intransigenti. Non a caso, quando sapemmo che Mussolini era tornato in prefettura, volevamo prenderlo lì. Ma la prefettura era presidiata dai carri armati tedeschi e, quando arrivammo, lui era già partito per il suo destino. Cioè Dongo. Chiariamo bene questo punto: Mussolini non fu fucilato per iniziativa personale di nessuno. Non è vero, ad esempio, che Walter Audisio ricevette l’ordine da Cadorna. Lo ricevette dal Comitato di liberazione nazionale. Scritto. Il documento esiste: firmato da me per il Partito socialista, da Leo Valiani per il Partito d’azione, da Longo e Sereni per il Partito comunista, da Arpesani per il Partito liberale, da Marazza per la Democrazia cristiana, e da Cadorna. Esiste, si può trovare, si può pubblicare. Da esso risulta che il CLN si assume l’intera responsabilità per la morte di Mussolini e dà ordine di fucilarlo.

Lei personalmente gli avrebbe sparato, Pertini?
Oriana, devo dirle la verità. Io ho sempre sparato poco, e non credo di aver ammazzato nessuno. Neanche nella prima guerra mondiale dove, sebbene la avversassi, mi comportai con grande senso di responsabilità. Avevo diciannove anni quando andai a quella guerra. Ero sottotenente mitragliere e, un giorno, sulla Bainsizza... Vedo arrivare uno con le mani alzate. Fermi, dico, si dà prigioniero. Lui viene avanti, cade nella trincea, e ha il volto a pezzi. Una maschera di sangue. Sa cosa feci, allora? Buttai via il caricatore della mia rivoltella e non ce lo rimisi mai più. Da quel giorno, andai sempre all’assalto con una rivoltella senza caricatore. Così Mussolini... Poiché Mussolini doveva essere giustiziato, io non so cosa avrei fatto se fosse scappato dinanzi ai miei occhi. Penso che gli avrei sparato, sì. Ma, eccettuato quel caso, gli avrei fatto sparare da un plotone di esecuzione. Sono un uomo spiritualmente violento, le ripeto, non fisicamente violento. Quando mi dissero che il cadavere di Mussolini era stato portato a piazzale Loreto, corsi con mia moglie e Filippo Carpi. I corpi non erano appesi. Stavano per terra e la folla ci sputava sopra, urlando. Mi feci riconoscere e mi arrabbiai: «Tenete indietro la folla!». Poi andai al CLN e dissi che era una cosa indegna: giustizia era stata fatta, dunque non si doveva fare scempio dei cadaveri. Mi dettero tutti ragione: Salvadori, Marazza, Arpesani, Sereni, Longo, Valiani, tutti. E si precipitarono a piazzale Loreto, con me, per porre fine allo scempio. Ma i corpi, nel frattempo, erano già stati appesi al distributore della benzina. Così ordinai che fossero rimossi e portati alla morgue. Io, il nemico, lo combatto quando è vivo e non quando è morto. Lo combatto quando è in piedi e non quando giace per terra. Però, Oriana, bisogna anche capirlo il popolo. Bisogna capirla la plebe che ha sofferto infamie e miserie e prepotenze e, appena può, infila in una picca la testa della contessa di Lamballe. Bisogna allargare le braccia e dire: «Te lo sei voluto, contessa di Lamballe». Succederà lo stesso in Spagna quando si desteranno. Succederà lo stesso in Grecia, in Cile. È la nemesi della storia. E quando io parlo di socialismo...

Pertini, cosa significa per lei la parola socialismo?
Significa libertà. E libertà significa giustizia. Perché non può esserci libertà senza giustizia sociale e non può esserci giustizia sociale senza libertà. Io sono socialista da cinquantacinque anni, cara Oriana, e mi sono sempre battuto per le riforme perché l’essenza del socialismo è nelle riforme. Però, se mi offrissero la più radicale delle riforme al prezzo della libertà, io la rifiuterei. Oh, non c’è nulla che può essere barattato con la libertà! Nulla. Io alla libertà non rinuncerò mai, mai! Detto questo, tuttavia, aggiungo: io non posso contentarmi di una libertà in senso astratto, cioè della libertà di parlare e di scrivere. Anche prima del fascismo avevamo la libertà di parola e la libertà di stampa: ce l’avevan concessa i regimi liberali. Ma per migliaia di contadini e di poveri quelle due libertà si risolvevano nella libertà di imprecare, morire di fame. Insomma, erano libertà così insufficienti che il fascismo ce le portò via alla prima ventata di reazione. Perché la libertà sia una conquista solida, bisogna che abbia un contenuto sociale. Bisogna che affondi le sue radici in seno alla classe lavoratrice. Bisogna che effettui le riforme, che annulli le sperequazioni... Ma come è possibile che certi dirigenti statali vadano in pensione con un milione e mezzo al mese mentre altre categorie ci vanno con trenta e anche quindicimila lire? Che me ne faccio della libertà con quindicimila lire al mese?

Poco - Mi permetta di continuare. Quando parlo di classe lavoratrice vorrei che lei mi intendesse bene, Oriana. Io non parlo solo di classe operaia. Fare dell’operaismo è una demagogia respinta dallo stesso Lenin. Quando parlo di classe lavoratrice io parlo anche dei ceti medi. Quei ceti medi che non capiscono come i loro interessi non coincidano con gli interessi dei grandi industriali, dei grandi capitalisti: coincidono con gli interessi degli operai, dei contadini! Non capirlo è, da parte dei ceti medi, ripeter l’errore commesso dalla media borghesia in Cile, in Grecia, e nell’Italia del 1922. Quando, nel 1922, gli squadristi si scagliavano contro di noi, i rappresentanti della media borghesia restavano indifferenti e magari dicevano: «Eccoli messi a posto questi sovversivi, questi disturbatori dell’ordine pubblico». Cominciarono a capire il fascismo solo quando il fascismo si scagliò contro liberali come Piero Gobetti e Giovanni Amendola, contro sacerdoti come don Minzoni. Ogni volta che i ceti medi credono di far coincidere i loro interessi con gli interessi dell’alta finanza, essi vengono colpiti dalla dittatura. Guardi il Cile. In Cile la Democrazia cristiana ha assecondato il golpe nella speranza che, dopo, i militari le offrissero il governo su un piatto d’argento. E invece Pinochet ha detto no, il governo me lo tengo.

In Cile hanno sbagliato anche gli operai.
Sì. Contro Allende hanno commesso gli stessi estremismi infantili che avevano commesso in Italia nel 1922. Ma io continuo a credere negli operai. Ci credo anche quando sbagliano perché essi sono la mia famiglia. E non si condanna la propria famiglia, non si abbandona la propria famiglia quando sbaglia. Del resto un socialista che si stacca dalla classe operaia e contadina cessa d’essere un socialista: io non mi staccherò mai da loro, Oriana. Mai! I contadini di Bitonto non sanno cosa volle dire per me la loro stretta di mano nel 1949. Quando ebbi finito il comizio, mi vennero incontro per stringermi la mano. Avevano calli alti due dita, calli che raccontavano la fatica di anni, di secoli. E, afferrando con quei calli la mia mano bianca, dissero: «Sì, tu sei uno dei nostri ». E io fui felice di una felicità che dura ancora oggi, che mi dà ancora oggi le lacrime agli occhi. I metalmeccanici di Torino non sanno cosa ha voluto dire per me parlargli nel comizio per il Cile. La loro coscienza internazionale è così grande, così profonda. E il loro senso della libertà. Hanno capito meglio di tanti intellettuali quel che è successo in Cile, quel che è successo in Cecoslovacchia, quel che succede nell’Unione Sovietica con Sacharov. Se ne sono offesi più di tanti intellettuali. Gli intellettuali... Oriana, io non ho mai perdonato agli intellettuali d’essere vili. Salvo una minoranza, la classe intellettuale in Italia è stata così vile! S’è adattata così presto al fascismo! Dopo s’è coperta il capo di cenere: ma prima! Oriana, io non perdono all’uomo di cultura di tradire la causa della democrazia non combattendo. Perché se la cultura è solo nozionismo, io la respingo. Cultura significa anzitutto creare una coscienza civile, fare in modo che chi studia sia consapevole della dignità. L’uomo di cultura deve reagire a tutto ciò che è offesa alla sua dignità, alla sua coscienza. Altrimenti la cultura non serve a nulla.

Pertini, ho una brutta domanda da porre. È deluso dall’Italia d’oggi?
Ah! Io direi amareggiato. Crede che non sia motivo di amarezza per me che ho lottato cinquantacinque anni in nome della libertà vedere questi rigurgiti di neofascismo? Crede che non sia motivo di amarezza sapere che tanti uomini politici, anche nel mio partito, non pensano che al loro tornaconto? Crede che non sia motivo di amarezza assistere a certi arrivismi, a certi personalismi, agli scandali che restano impuniti, alla corruzione che dilaga? Io non mi sono battuto per questo. Io non mi sono battuto per incontrare in Parlamento i rappresentanti dell’antico fascismo. Io non mi sono battuto per questa democrazia qui, così priva di contenuto e di forza. E la capisco la sua domanda, Oriana. Anzi glielo leggo negli occhi ciò che mi vorrebbe dire e non mi dice: «Pertini, la delusa son io. Perché da bambina vi consideravo uomini eccelsi, mi aspettavo tanto da voi, e voi mi avete tradito». Ha ragione. Sì. Anche tanti giovani vengono qui e mi dicono: «Ci avete deluso». Si direbbe che la classe politica uscita dalla Resistenza abbia dato il meglio di sé in vent’anni di lotta e che poi si sia messa a sedere, esaurita, incapace di mantener le promesse. Dove sono le riforme che ci eravamo impegnati a fare quindici o vent’anni fa? Dove sono i risultati delle leggi che abbiamo varato in Parlamento? Dove sono le risposte al malcontento? Perché è inutile che mi si venga a dire: bisogna-sciogliere-il-Movimento-sociale. Non serve a nulla: sciolto il Movimento sociale, sorge un altro movimento fascista. Non è tagliando le foglie della gramigna che ci si libera della gramigna. La gramigna va estirpata alle radici, dopo essersi chiesti perché nasce e su quale terreno. Nasce per il malcontento, sul terreno del malcontento. Questo malcontento che noi, classe dirigente, nutriamo. E mi ci metto anch’io, sebbene io non abbia responsabilità dirette. E dico: abbiamo fatto un cattivo uso del potere.

Oppure vi siete lasciati sfuggire il potere, vi siete lasciati rubare il potere? A me non sembra che la classe dirigente italiana sia proprio quella uscita dalla Resistenza.
È vero anche questo. In fondo non c’è riuscito tenere il potere: per un complesso di ragioni anche internazionali. Siamo caduti nella zona di influenza americana: Piano Marshall, Patto atlantico, NATO. Gli americani temevano una rivoluzione e ci hanno impedito di fare ciò che avremmo dovuto. Ci hanno rimesso in mano i vecchi arnesi del fascismo, i questori Guida, sicché è un po’ successo in Italia ciò che successe in Francia dopo la rivoluzione francese: quando tornarono a galla i vecchi arnesi del vecchio regime. La sua domanda è giusta. Non si può certo dire che, perfino nel dopoguerra, la classe dirigente italiana fosse quella che aveva condotto la lotta contro il fascismo. Almeno in buona parte era composta da coloro che erano stati responsabili del fascismo o che avevano tenuto a balia il fascismo. Come Orlando, come Bonomi. De Gasperi no, perché De Gasperi aveva tenuto un atteggiamento fiero, preciso. Però tenga presente che, nel 1947, De Gasperi sbarcò dal governo noi socialisti e si tenne solo i socialdemocratici e fece piazza pulita degli antifascisti che avevamo messo nelle prefetture, ad esempio, nella polizia. Noi avevamo creato elementi nuovi: questori non usciti dal fascismo o addirittura antifascisti, sa? Questori e prefetti che eran stati partigiani, su al nord. Ma lentamente, lentamente, il governo centrale di Roma ce li tolse. E rimise i vecchi arnesi, senza che noi riuscissimo a impedirlo.

E il risultato è che oggi la polizia italiana è in gran parte fascista.
Oriana, non è che voglia fare il difensore d’ufficio. Ci mancherebbe altro. Ma la colpa non è tutta dei poliziotti e dei carabinieri. La colpa è di chi non gli ha mai spiegato che non devono considerarsi al servizio della classe padronale, che la classe padronale non rappresenta l’ordine. Io gliel’ho detto in tanti comizi, invece: «Non dovete considerare malfattori i lavoratori che scendono in piazza. A parte il fatto che quel diritto gli è concesso dalla Costituzione, essi non sono malfattori. Sono lavoratori che protestano per difendere le loro famiglie. E quindi anche le vostre. Perché anche voi siete figli di contadini, anche voi siete figli di operai. Non lo capite che la classe padronale non scende in piazza perché non ne ha bisogno?». E agli operai ho detto: «Non dovete considerare i carabinieri e gli agenti di pubblica sicurezza come nemici da combattere. Non sono vostri nemici, sono figli di operai e contadini come voi!». Il guaio è che i nostri carabinieri e ancor più i nostri poliziotti si mettono sull’attenti appena vedono un padrone. Sono rimasti al tempo in cui l’autorità era rappresentata dal parroco, dal feudatario, dal maresciallo dei carabinieri e tutti gli altri eran sudditi. Però com’è che, quando gli spiego certe cose, capiscono? Com’è che a Rimini un colonnello di pubblica sicurezza mi ha detto: «Lei ha parlato come si deve parlare, senza asprezza né settarismo. Permetta che le stringa la mano». Com’è che a Saluzzo un maresciallo dei carabinieri ha pianto per la commozione? Io conosco un dirigente della polizia che dice: «Tocca a noi rieducarli, presidente. Da soli non possono rendersi conto che a spingere in piazza gli operai sono i padroni. Abbiamo avuto una polizia borbonica, poi una polizia papalina, poi una polizia fascista. Farli diventare democratici è un lavoro lento, faticoso, ma non impossibile». Oriana, non sono tutti fascisti. Non sono tutti Guida. E lo stesso discorso vale per l’esercito. Non bisogna dimenticare i seicentomila soldati e ufficiali che finirono nei campi di concentramento, i trentamila che vi morirono insieme a settemila carabinieri, la divisione Acqui che combatté a Cefalonia e a Corfù contro i tedeschi, la divisione Sassari che si batté a Porta San Paolo contro i tedeschi, il generale Perotti che fu fucilato insieme a due operai a Torino, gli alpini che andarono coi partigiani di Cuneo. Non devono dimenticarlo nemmeno loro. E, se lo dimenticano, bisogna ricordarglielo!

Pertini, parliamo ancora dell’Italia che l’amareggia. Cosa ne pensa della lista nera compilata dalla Rosa dei Venti per ammazzare milleseicento antifascisti, tra cui lei?
Penso che in questa storia si debba risalire ai mandanti, alla sorgente. Ovunque essa sia e anche se, come temo, essa non è in Italia. Esiste una ondata di reazione nel mondo: guardi cosa accade in Cile, in Bolivia, in Brasile, in Uruguay. Guardi cosa accade in Grecia, nella stessa Francia dove non funziona più il Parlamento e la libertà. Abbiamo il diritto di sapere chi sono i mandanti. Abbiamo il diritto di sapere chi ha spinto i colonnelli in Grecia, chi ha spinto i generali in Cile, chi ha triplicato gli agenti segreti prima del colpo di Stato. Chi sono i mandanti? Cercateli, i mandanti. Però non vorrei che, una volta trovati i mandanti, si restasse lì paralizzati in un atteggiamento reverenziale. O addirittura balbettando: «Spiacenti, non possiamo parlare». Non mi induca a dire quali sono le potenze straniere cui alludo, Oriana. Nella mia qualità di presidente della Camera non mi è permesso far nomi, ma sappiamo bene di chi sto parlando perché i dubbi d’un tempo sono diventati certezza. Sì, più degli sciagurati che volevano ammazzarci a me interessano i mandanti: non è possibile che le piste rosse si trasformino sempre in piste nere! Strage di piazza Fontana: il questore Guida annuncia subito la pista rossa, Pinelli e Valpreda, poi viene fuori che è una pista nera. Bomba in via Fatebenefratelli: idem. Episodi di Padova: idem. Ora sono a Padova e non è possibile che si tratti di episodi isolati, indipendenti l’uno dall’altro. C’è dietro un’organizzazione che assomiglia tanto a quelle di altri paesi. Ma è così chiaro che si vuol turbare l’ordine pubblico per ristabilire con la forza l’ordine pubblico! Come coi colonnelli in Grecia, coi generali in Cile. E noi non vogliamo che l’Italia diventi una seconda Grecia, un secondo Cile.

Scusi, Pertini...
Cosa c’è? Cosa vuole? Vuole un caffè?

No, no. Io...
Mi permetta di continuare, di spiegare. Perché vede, Oriana, io sono veramente costernato per quanto avviene in America con lo scandalo del Watergate. Però in America non l’hanno messo a tacere: hanno cercato di andare a fondo. Con il Congresso, la stampa, la televisione... Qui invece! Si parla dello spionaggio telefonico. Poi non se ne parla più. Ma come?!? Di una cosa simile non se ne parla più? E perché? Perché non si viene a sapere chi vuole le intercettazioni e chi le paga? Tom Ponzi? Ma Tom Ponzi non è che una pedina, poi è libero ora e non parla di certo! Oh, è una cosa che urta la coscienza civile. Giorni fa mia moglie telefona a un’amica e questa, dopo un poco, le dice: «Guarda, Carla, ti lascio perché è chiaro che il tuo telefono è controllato». Allora si inserisce una voce e: «Me ne vado, signora, me ne vado. Così loro parlano tranquillamente. Tanto devo smontare». Capisce?!? E non creda che sia controllato soltanto il telefono del mio appartamento in Montecitorio: anche il telefono di questo mio ufficio è controllato. Né mi stupirei se nella stanza ci fosse un microfono. E lei crede che il controllo non sia legato ai fatti di cui discutevamo prima?

Ovvio che lo è! Pertini, lei non teme un colpo di Stato in Italia?
È una domanda che mi hanno posto in molti. Oriana, può darsi che mi illuda... Può darsi che il futuro mi smentisca perché prevedere la storia è difficile e fare il profeta è rischioso... però la mia convinzione gliela devo dire. E la mia convinzione è che un colpo di Stato in Italia non possa avvenire perché, se avvenisse, ogni piazza d’Italia diventerebbe una piazza di guerra. Oriana, ad Atene cinquemila studenti hanno incitato la popolazione a insorgere. E i politici non hanno risposto. In Italia risponderebbero, eccome. Centinaia di uomini politici si metterebbero alla testa dei giovani e avrebbero con sé gli operai di Genova, Torino, Milano, Firenze, Bologna, perfino Roma, sì! Io li ho visti alla manifestazione di Torino per il Cile. Una manifestazione organizzata dai metalmeccanici. C’erano tutti: anche i contestatori. Centocinquantamila persone, e quattromila erano giunte dalla Francia. No, io non credo a un colpo di Stato in Italia. Che qualcuno pensi di farlo non v’è dubbio: ma una cosa è pensarci, una cosa è attuarlo. Non si dimenticano tanto presto vent’anni di esperienza antifascista e due anni e mezzo di lotta armata. E poi il movimento operaio, quando è compatto, è una barriera di ferro. In Italia è compatto. Ha tre sindacati formidabili. E non mi venga a dire che contro i carri armati non si fa nulla, che i golpisti avrebbero le armi e noi no. Le armi si trovano. Si dà l’assalto alle caserme e si prendono le armi, come abbiamo fatto nella Resistenza. Oh, sarebbe più che lecito assaltare le caserme per difendere la libertà. Sarebbe un dovere! E poi guardi: a mio parere, gli ufficiali del nostro esercito sono fedeli. Ci sono i paracadutisti, lo so, forse ci sono anche alcuni sbandati pronti a farsi trascinare. Ma, nella gran maggioranza, gli ufficiali del nostro esercito non dovrebbero tradire il loro giuramento.

Pertini, forse mi sbaglio ma penso che il pericolo maggiore non stia negli americani, nella CIA, nella NATO, nei paracadutisti eccetera. Sta negli italiani che si augurano sempre l’uomo forte. Pertini, non le viene mai l’atroce dubbio che gli italiani siano in fondo al cuore fascisti?
No! Non sono del suo parere, no! Che in Italia il terreno qualunquista, così vicino al terreno fascista, sia un terreno fertile, è vero. Che alcuni italiani siano tanto cretini da augurarsi l’uomo forte è altrettanto vero. Come se non lo avessero già avuto, l’uomo forte. Come se ora non ce l’avessero in Grecia e in Cile. Come se ignorassero a cosa conduce: alle fucilazioni, alle prigioni zeppe, al terrore, all’inflazione... Sì, anche all’inflazione: in Cile i prezzi sono aumentati del cinquecento per cento da quando c’è Pinochet. E chi ha pagato, chi paga, per l’inflazione, se non la piccola borghesia che era contro Allende e sempre si illude di avere interessi in comune con il grosso capitale? Sì, gli italiani qualunquisti ci sono, i cretini ci sono, ma queste verità marginali io non le considero quando mi tuffo nel popolo e tra la gioventù. Non vivo in una torre d’avorio: la realtà la conosco. Il popolo non è fascista: è sano. La gioventù non è fascista: è sana. Perché basarsi su una minoranza per cui il fascismo non è stato una lezione? Perché temere i nostalgici e i figli di papà? I più sono con noi e, anche se non hanno fatto la Resistenza, hanno assorbito gli ideali della Resistenza. Mi capiscono bene quando grido: «Non permetteremo la libertà di uccidere la libertà». Quando gli ho parlato a Perugia gridavano: «Presidente, difenderemo la libertà, stia sicuro che la difenderemo!». Quando gli ho parlato a Torino, sprizzavano libertà da tutti i pori della pelle. E se domani succedesse qualcosa in Italia, non ci sarebbero solo i metalmeccanici nelle piazze, mi creda, non ci saremmo solo noi antifascisti dai capelli bianchi, ci sarebbero anche i giovani. Lasci perdere gli stupidi, gli scervellati, i provocatori che si abbandonano alla violenza materiale per portare acqua al mulino dei fascisti. Lasci perdere i...

Pertini, io temo che gli italiani non sappiano vivere nella libertà.
Ah, questa frase! Meno brutalmente me l’ha detta anche l’ambasciatore inglese. E io le rispondo ciò che ho risposto a lui: in Inghilterra la libertà dura da secoli, in Francia se la sono conquistata attraverso tre rivoluzioni, e noi... Cosa abbiamo avuto noi al posto di Cromwell e delle rivoluzioni francesi? L’unità d’Italia ci venne solo nel 1870 quando annullammo lo Stato pontificio. Il suffragio universale ci venne solo nel 1910. Al Parlamento i socialisti cominciarono a entrarci solo quando ci entrò Pietro Chiesa. E in più ci sono stati vent’anni di fascismo, cioè di diseducazione politica. Alla libertà vera il popolo italiano si affacciò solo nel 1945. Ma son passati venticinque anni, replicherà lei. Oriana, cosa sono venticinque anni per educare un popolo alla libertà? Cosa sono di fronte ai secoli di libertà in cui sono stati educati gli inglesi e anche i francesi? Non v’è dubbio che il popolo italiano abbia ancora incrostazioni fasciste. Non v’è dubbio che le incrostazioni fasciste siano nella polizia. Sono perfino nella magistratura, nella scuola. E i ragazzi che escono da tale scuola, i ragazzi che crescono in tale società, non possono certo risultare uomini liberi e ben formati. Ci vuole pazienza, perbacco! Lei è troppo impaziente. Vedrà che le nuove generazioni saranno più capaci di vivere nella libertà. Ah, io credo nei giovani. Ne ho ricevuti trentamila da quando son presidente della Camera e il mio giudizio su loro non è avventato. Una volta sono venuti in trecento, qui. Sono rimasti tre ore e mezzo a parlare con me e il loro preside, quel Lo Cascio, ripeteva: «È stanco, presidente?». Sicché a un certo punto mi sono arrabbiato e gli ho detto no, sarà stanco lei, vada nel mio ufficio e si faccia offrire un aperitivo e la smetta di sollecitarmi a concludere questa conversazione! Scusi, Pertini...
In un altro salone c’erano due ambasciatori che aspettavano per entrare e, a momenti, combino un incidente diplomatico. Ma io non volevo lasciarli, quei trecento giovani. Una bella figliola m’aveva chiesto se potevan sedersi per terra, così s’erano seduti per terra...

Scusi, Pertini...
Cosa c’è? Cosa vuole? Desidera un caffè?

No, no. Io...
Non le ho offerto nemmeno un caffè! Che brutta figura! Dio, che sbadato!

No, Pertini. Mi chiedevo, le chiedevo... Sono quattro ore che parla e non vorrei che stavolta fosse stanco davvero.
Stanco?! Stanco io?!? Sarà stanca lei. Come Lo Cascio.

Io non sono Lo Cascio!
Però mi chiede la stessa cosa!

E va bene. Continuiamo. Ho una domanda sul Partito socialista e...
Ah! Il Partito socialista! Oriana, io mi pento sempre d’essermi lasciato trascinare da un’ira. Ma non mi pento per le ire cui mi sono abbandonato in certi congressi del mio partito perché erano ire sante. Sante! Perbacco, eravamo il secondo partito d’Italia. Superavamo il Partito comunista. Contrariamente alle previsioni, il corpo elettorale ci aveva dato tutti quei voti e... Contrariamente alle previsioni, Oriana! Perché, siamo onesti: noi socialisti eravamo così pochi in carcere! Così pochi al confino! A parte quelli del Partito d’azione, erano quasi tutti comunisti. Su settecento confinati, a Ponza, cinquecentocinquanta erano comunisti. Su ottocento, a Ventotene, settecentocinquanta erano comunisti. E le formazioni partigiane non erano quasi tutte comuniste? A competere, in fondo, trovavi solo le brigate del Partito d’azione. Io lo ricordo Ernesto Rossi quando, al confino, mi diceva: «Non riuscirete più a mettere insieme il Partito socialista!». Lo ricordo quando ripeteva: «Il Partito socialista di domani è il Partito d’azione. Dopo la guerra voi non esisterete più». Ci credeva chiunque. Solo io rispondevo: «Vi sbagliate. Dimenticate che la tradizione del Partito socialista, in Italia, ha profonde radici. Risorgeremo dalla tradizione, malgrado gli errori commessi». E fu così. Fu un po’ come dice Renan quando dice che il cristianesimo vive nel cuore degli uomini nonostante i preti. Il socialismo visse nel cuore degli italiani nonostante i socialisti. E il partito ebbe una valanga di voti, e noi...

Voi rispondeste subito con le scissioni.
Sì. E quanto mi sono battuto contro le scissioni, Oriana! Quanto mi sono arrabbiato coi socialdemocratici nel 1947 e con quelli del PSIUP nel 1964! Quante volte ho gridato non-solo-queste-scissioni-tornano-a-danno-del-socialismoma-del-movimento-operaio-e-del-paese! Pensi cosa rappresenteremmo oggi in Italia se non avessimo fatto le scissioni! E pensi cosa abbiamo provocato invece: l’indebolimento del socialismo, la delusione del popolo italiano... Sicché tutti, ora, ci guardano con diffidenza. E ce lo meritiamo perché abbiamo mancato al nostro compito. Noi socialisti, quando non sappiamo cosa combinare, ci dividiamo. Se domani tre socialisti finiscono naufraghi in un’isola deserta, sa cosa fanno? Prima issano un cencio bianco perché una nave li veda, poi strappano il cencio in tre parti e formano tre correnti del Partito socialista. È la nostra maledizione. Da cosa viene tale maledizione io non lo so. Forse da una radice anarchica. Sì, un po’ di Bakunin c’è. Senza dubbio. I miei compagni non vogliono che lo dica ma, se non siamo un po’ anarchici, siamo troppo individualisti. D’accordo: democraticamente è una cosa buona. In un partito democratico si deve discutere e non accettare la rigida disciplina del Partito comunista. Nella disciplina il Partito comunista condensa la sua forza ma anche la sua debolezza: essa lo tiene compatto ma allo stesso tempo gli impedisce di far circolare le idee. Però, accidenti: noi socialisti paghiamo un prezzo troppo alto per far circolare le idee. Dico: una cosa sono le correnti di pensiero e una cosa sono le correnti organizzate che diventano fazioni organizzate, un partito nel partito. Bisticciai in questi termini con Saragat. Poi andai a Palazzo Barberini e cercai di convincerlo a non fare la scissione. Non m’ascoltò. Andai anche da quelli del PSIUP, anni dopo. Non mi vollero ascoltare nemmeno loro. Io non sono mai riuscito a farmi ascoltare. Solo dopo hanno detto: «Aveva ragione Sandro».

Anche Nenni? Io mi son sempre chiesta quali fossero, in realtà, i suoi rapporti con Nenni.
Rapporti di amicizia e di stima reciproca, anche se spesso abbiamo dissentito violentemente. Ma definire dissensi le nostre dispute è perlomeno inesatto perché si è trattato di dispute gravi, gravi... Nel 1948, ad esempio, quando Nenni volle a ogni costo la lista unica coi comunisti. Per me era un errore grossolano. Così, al congresso dell’Astoria, mi battei come una tigre contro di lui. Sostenni che dovevamo presentarci da soli perché eravamo noi a interpretare la tradizione socialista: presentarci in lista unica sarebbe servito soltanto a portare acqua al mulino socialdemocratico. Saragat non ci aveva forse accusato, un anno prima, d’essere fusionisti? Non s’era forse staccato da noi servendosi di quell’accusa? La lista unica coi comunisti gli avrebbe dato ragione e avrebbe rischiato di portarci chissà dove. Prima la lista unica, poi il gruppo unico alla Camera, e infine il partito unico. Com’è mio costume, non feci l’anticomunista ma Nenni vinse ugualmente e io ne soffrii. Eppure non persi il mio affetto per lui. Non l’ho mai perduto. Ho sempre voluto bene in modo fraterno a quest’uomo con cui mi litigavo. Non ho mai potuto dimenticare che anche lui ha dedicato la vita alla causa della libertà, della democrazia, della classe lavoratrice. Ma lui ne ha abusato, sa? Ne ha abusato eccome. Sapeva che gli volevo bene e se ne approfittava. Diceva: «Tanto ho l’appoggio di Sandro! Lui si urta con me e poi, all’ultimo momento, sta con me. È così legato al partito!». Capito? Il peggio è che ha ragione: al partito ci sono legato. Non lo lascerò mai. Come la politica. Mi spengerei.

E con Saragat?
Lo stesso. O quasi. Certo, quando Saragat è diventato socialdemocratico, mi sono molto staccato da lui. Anche in senso affettivo. L’ho aggredito aspramente nei comizi. L’ho trattato senza peli sulla lingua ma vede… ecco... insomma: non è che Saragat mi sia meno simpatico di Nenni, però io ho sempre sentito un maggior affetto per Nenni. E non solo perché Nenni è sempre stato fedele al partito ma perché Nenni ha una carica umana che Saragat non ha. Oh, io la carica umana ce l’ho più di Nenni. Voglio dire: tutti e due abbiamo una forte carica umana ma la mia è superiore a quella di Nenni e...

Via, lo dica.
Lo dico, lo dico! Dico: considerata quella carica umana, è strano che il grande legame non sia tra Nenni e me, bensì tra Nenni e Saragat. Uh, c’è un tale affetto tra i due! Sono come due amanti che si ripetono: «Nec sine te nec tecum vivere possum. Né con te né senza di te posso vivere». Sa, la poesia di Catullo e di Lesbia. Si amano di un odio-amore quei due. Si amano così fin dal tempo in cui erano fuorusciti in Francia. Non ha capito perché la riunificazione del Partito socialista andò così male? Perché fu un affare privato tra Nenni e Saragat: non un’operazione di base ma un incontro al vertice. Non poteva che finire in malora, infatti io lo avevo previsto che sarebbe finita in malora. Oriana, posso raccontarle una storia che spiega benissimo i rapporti tra Nenni e Saragat. È la storia della mia evasione da Regina Coeli. Dunque, nell’inverno 1943-44, io ero a Regina Coeli. E c’era anche Saragat. E tutti e due eravamo condannati a morte dai tedeschi. Lo sa come facevano i tedeschi: condannavano a morte anche senza processo, in via amministrativa. Poi pescavano da quel pozzo di San Patrizio e fucilavano per rappresaglia. Io e Saragat stavamo nel braccio tedesco insieme a quattro ufficiali badogliani. E i nostri preparavano la fuga. Ci pensava Giuliano Vassalli che era al tribunale militare italiano, Alfredo Monaco che era il direttore del carcere, sua moglie Marcella, Filippo Lupis, Giuseppe Gracceva. La prima parte dell’operazione consisteva nel trasferirci dal braccio tedesco al braccio italiano e a questo provvide Vassalli. Poi Gracceva mi mandò a dire che dovevo prender contatto con Monaco fingendo un attacco di appendicite, e ubbidii. Una notte mi metto a urlare oddio-sto-male-chiamate-d’urgenza-il-medico, così arriva Monaco, finge di visitarmi e intanto mi sussurra di stare pronto: si prepara la mia fuga e quella di Saragat. «No», rispondo. «No. Io e Saragat soltanto, no. Ci sono anche gli altri quattro. O tutti e sei o nulla. » Monaco riferisce ai compagni, badate-che-Pertini-stapuntando-i-piedi, i compagni riferiscono a Nenni, e Nenni dice spazientito: «Ma fate uscire Peppino! Sandro il carcere lo conosce, c’è abituato. Peppino no, poveretto. Per lui è la prima volta. Pensat  
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