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Falcomatà: “Stop a Malacrino non vanifichi straordinario lavoro messo in campo in questi anni”

sabato 27 maggio 2017 - 18:10:51

Reggio Calabria, 27 mag. 2017 - La sentenza esecutiva del TAR del Lazio che ha annullato la nomina di cinque direttori di Musei, tra i quali il Museo Archeologico della Magna Grecia di Reggio Calabria, ha provocato la sospensione del direttore Carmelo Malacrino dalle funzioni dirigenziali. In attesa degli esiti della vicenda, considerato il ricorso al Consiglio di Stato opposto dal Ministro Franceschini, il sindaco della Città Giuseppe Falcomatà ha espresso il timore che «lo stop al Direttore Malacrino possa rischiare di fermare il circuito virtuoso che aveva fatto del nostro Museo una dei siti più visitati d’Italia».Nella giornata di ieri una delegazione dell’Amministrazione comunale reggina, composta dal Vicesindaco Armando Neri e dal delegato alla cultura Franco Arcidiaco, si è recata a Palazzo Piacentini per esprimere vicinanza nei confronti del Direttore Malacrino e dei dipendenti del Museo.«Il direttore ha svolto un lavoro straordinario mettendo in campo una grande competenza scientifica e uno spirito di abnegazione senza eguali – ha spiegato il Sindaco Falcomatà – con il suo esempio ha costituito una squadra di collaboratori che ha compiuto il miracolo della riapertura della struttura dopo anni di lavori e vicissitudini. Fermo restando il rispetto della legge e delle decisioni dei giudici amministrativi il sindaco auspica che la gestione commissariale che si apre, possa proseguire le attività messe in campo dal direttore Malacrino e dalla sua valida squadra, ricordando che sono in cantiere ben quattro mostre temporanee di rilevanza internazionale, l’inaugurazione di una prestigiosa biblioteca e l’apertura al pubblico di nuovi spazi, tra i quali la magnifica terrazza sullo Stretto». (strill.it)
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ven 01 mar 2019 09:33:23 CET
Denuncia i boss, lo Stato lo punisce: suicida l'imprenditore antiracket
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Nel 2007, Rocco Greco non solo aveva denunciato i boss della Stidda e di Cosa nostra che si dividevano il pizzo. Aveva anche convinto altri sette imprenditori a fare la sua stessa scelta. "Era la primavera di Gela - dice oggi il figlio - mio padre ne andava orgoglioso. Ma non era stato affatto semplice. All'epoca, però, si respirava un'aria nuova in questa parte di Sicilia, anche grazie all'allora sindaco Rosario Crocetta". Le denunce di quegli imprenditori fecero scattare undici arresti nel blitz ribattezzato "Munda mundi". E dopo gli arresti, le condanne per 134 anni. Una sentenza che anche la Cassazione ha confermato. Ma nelle vene dei processi sono rimaste le accuse degli imputati, che hanno sempre cercato di gettare ombre su chi li aveva portati in carcere. "Ma quale pizzo, gli imprenditori pagavano il nostro sostegno. E spartivamo gli utili".

Una tesi smentita in tutti i gradi di giudizio. Gli imprenditori erano vittime. Ma vittime - osserva il Viminale - che si erano relazionate con i boss, che avevano accettato il prezzo del pizzo. "C'è il rischio di infiltrazioni mafiose nell'azienda". Parole pesanti. Ma il figlio di Rocco Greco ribadisce l'importanza di quella denuncia fatta dal padre: "Non dobbiamo dimenticare cos'era Gela all'epoca. Più di cento morti in un anno. E veniva ucciso anche chi non pagava il pizzo".

Dopo l'ultima interdittiva antimafia, un mese fa, sono arrivate le revoche di tutte le commesse pubbliche e private per la ditta di Greco, che si occupa di lavori edili. "Sono stati licenziati 50 operai", dice Francesco Greco. Intanto, l'imprenditore provava a ribadire le sue ragioni con una serie di ricorsi. Ma il Tar di Palermo non ha concesso la sospensiva dell'interdittiva (anche il Tar Lazio aveva dato disco verde al Viminale). "Il giorno dopo, il 26, siamo andati dall'avvocato per un ulteriore ricorso", racconta ancora il figlio. "La sera, papà era euforico. Mi sembrò strano. Diceva: che bella serata stiamo trascorrendo. Non capivo".

Mercoledì mattina, Rocco Greco si è svegliato alle 5,30. Ha detto alla moglie che andava in azienda per guardare alcune carte. Tre ore dopo, sono arrivati Francesco e gli altri dipendenti. "Mio padre non era in ufficio. Mi sono insospettito. Anche perché aveva lasciato la fede e l'orologio a casa. Abbiamo iniziato a cercarlo. Era dentro un container, poco distante, in una pozza di sangue". Rocco Greco non ha lasciato neanche un biglietto. Dice il figlio: "Qualche giorno fa, aveva ripetuto a mia madre: "Ormai, il problema sono io. Se vado via, i miei figli sono a posto".

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