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Dossier: 5 anarchici del Sud - Una storia degli anni '70

Capitolo 10

Nella notte di Ferentino


“Muki è spirata ieri all’ospedale
senza riprendere conoscenza.
Ho visto la sua fotografia sul giornale,
stesa sul letto, i capelli rasati a zero.
Povera Muki, aveva 18 anni e
amava tanto la vita.” 
Pietro Valpreda


10.1  L’incidente

La notte tra il 26 e il 27 settembre 1970, alle 23:30 circa, al chilometro 58 dell’A2 tra Ferentino e Anagni, la Mini Morris giallaguidata da Gianni Aricò si scontra violentemente contro un autocarro targato SA135371. 

È la notte del cambio dell’ora legale, il cielo è limpido e il tratto autostradale è lievemente in salita.

Muoiono sul colpo Angelo Casile, Franco Scordo e Luigi Lo Celso; Gianni Aricò viene trasportato all’ospedale civile di Frosinone insieme alla moglie Annelise Borth, in stato interessante. Aricò muore appena arrivato in ospedale, la sua compagna resisterà per 21 giorni in coma celebrale profondo e si spegnerà all’ospedale San Giovanni di Roma, dove era stata trasportata per tentare un intervento chirurgico.

L’ultimo contatto dei ragazzi è delle 23, quando Aricò chiama la madre a Reggio per chiederle di avvertire le famiglie degli altri della decisione di partecipare alla manifestazione contro Nixon l’indomani a Roma.

Gli anarchici provenivano da Vibo Valentia dove, nel pomeriggio del 26, la sinistra extraparlamentare calabrese aveva indetto una riunione; sembra che la prima intenzione dei ragazzi fosse quella di fare ritorno in città. Le testimonianze della sorella di Casile e della madre di Scordo riferiscono che i due ragazzi avevano già con loro i biglietti per il ritorno a Reggio, e avevano comunicato l’intenzione di rientrare in serata. Tra l’altro il gruppo anarchico reggino stava aspettando la disponibilità di un furgoncino 850 Fiat per poter raggiungere Napoli dove avrebbe avuto luogo la seconda parte della visita del presidente americano, presso il comando Nato per il Mediterraneo.

Perché i ragazzi cambiano improvvisamente idea? Perchè partire così improvvisamente per Roma senza comunicarlo preventivamente agli altri compagni e alle famiglie?

I commenti della stampa sono per la quasi totalità univoci: i ragazzi sono anarchici, sono addirittura amici di Valpreda, il che equivaleva ad essere quasi assassini per l’Italia dell’epoca.

 
Il giorno successivo l’incidente, “Il Corriere della Sera” titola: Auto di giovani anarchici si scontra: quattro morti

E nel catenaccio:

Sull’autostrada del Sole, fra Anagni e Ferentino, ha tamponato un autocarro- Due delle vittime, e una ragazza tedesca rimasta ferita, conoscevano Valpreda, frequentavano il circolo “XXII Marzo” ed erano state interrogate durante l’inchiesta

La conoscenza di Valpreda è l’elemento centrale messo in risalto da tutta la stampa. Addirittura il “Corriere d’Informazione” titola:

Morti in una sciagura sull’autostrada due anarchici amici di VALPREDA

Per uno scherzo del destino appena il giorno prima era apparsa in tutti i giornali la notizia della requisitoria con la quale il pubblico ministero Vittorio Occorsio al termine dell’istruttoria sulle bombe del 12 dicembre chiedeva il rinvio a giudizio di Pietro Valpreda e dei suoi presunti complici, e proscioglie per sopravvenuta amnistia Annelise Borth, accusata di avere fornito false generalità.

E ancora, “La Gazzetta del Sud” racconta che la prova della partecipazione a Roma dei giovani alla manifestazione anti-Nixon è data dal ritrovamento all’interno dell’autovettura “di una rice-trasmittente e di alcune mazze e bastoni.

Tra i rottami dell’auto sono stati ritrovati anche dei volantini che contenevano istruzioni varie per i dimostranti che partecipavano a manifestazioni di piazza. In particolare vi sono illustrati i metodi per bloccare una strada, servendosi di materiale da reperire sul posto, per rendere inefficaci le cariche della polizia, per neutralizzare gli effetti dei gas lacrimogeni, per sfuggire al fermo da parte delle forze dell’ordine (a questo proposito c’è il suggerimento di impegnare battaglia in piccoli gruppi e di sganciarsi al momento opportuno disperdendosi in vicoli e viuzze molto strette).”

“Il Tempo” due giorni dopo l’incidente afferma che dello scontro “ormai si sa già tutto”, e ipotizza che i cinque dovessero effettuare a Roma una missione, sottolineando come a questo scopo sull’auto siano stati ritrovati: una ricetrasmittente, una mazza e alcune copie de l’Unità.
 
Ma la speculazione più dolorosa avviene alle spalle di Annelise; mentre la ragazza, non ancora diciottenne, si spegne lentamente all’ospedale San Giovanni di Roma, la stampa racconta la sua vita con tinte pittoresche e a tratti sprezzanti:

“La giovane (che era incinta di due mesi)…aveva avuto il suo quarto d’ora di notorietà in occasione della strage di Milano. Subito dopo gli attentati, infatti, era stata fermata ed interrogata dall’ufficio politico della questura in quanto proprio in quel periodo era stata legata sentimentalmente a Pietro Valpreda
.(…)Venne rilasciata ed espulsa dall’Italia perché non in regola con il permesso di soggiorno. Al provvedimento, Annalise Borth si sottrasse con uno stratagemma molto in voga tra le straniere provvisoriamente in Italia: (…) si sposò con un giovane anarchico di Reggio Calabria, Giovanni Aricò, acquisendo automaticamente la cittadinanza italiana.”

Anche il «Corriere della Sera» non si sottrae alla ricostruzione pungente della vita della giovanissima ragazza:

“Appena diciottenne, Annelise Borth ha avuto una movimentata esistenza. Si vantava di essersi trovata sulle barricate a fianco di Rudi Dutschke, detto Rudy il rosso, lo studente tedesco capo della contestazione giovanile. Poi era giunta in Italia, nell’estate del 1969, per continuare la sua vita di anarchica randagia. Si era fermata a Roma, vivendo nella zona di Trastevere, dove tutti avevano imparato a conoscerla. Passava da una soffitta all’altra e per vivere vendeva nei ristoranti i suoi quadri.”

Annelise muore senza mai riuscire a comunicare nulla tre settimane dopo l’incidente; la perizia medico-legale riporta: “la morte è da attribuirsi ad insufficienza cardio-respiratoria in soggetto con fratture multiple, riportate nell’incidente del 26.09.70; nel suddetto incidente la donna ha riportato un trauma cranico- toracico con fratture costali, all’omero e alla clavicola.”
La famiglia decide di lasciare il corpo in Italia, non preoccupandosi nemmeno di effettuare il riconoscimento. Annelise riposa a Reggio, presso la tomba della famiglia Aricò.
 
10.2 La dinamica

“Noi ce lo abbiamo domandato: i due camionisti con il loro automezzo, mantenevano la loro marcia sulla perfetta destra? Quanto venivano a trovarsi spostati sulla sinistra e fors’anche impegnando la striscia regolare del sorpasso?”
La dinamica dell’incidente non è mai stata chiarita e presenta versioni contrastanti.

Seguiamo la ricostruzione fornita dalla polizia stradale e dal sostituto procuratore Fazzioli giunto sul luogo dell’incidente. L’autotreno con rimorchio, targato SA135371, alla cui guida c’è Alfonso Aniello e di proprietà del fratello Ruggero, si trova all’arrivo del magistrato “sulla normale corsia di marcia, tutte le luci sono funzionanti ad eccezione del gruppo (stop, lampeggiatore e posizione) del rimorchio, che è spento pur non essendo rotti i vetri dei fanalini.”

La relazione della polizia stradale parla di “tamponamento urto violento”, ma come è possibile che uno scontro, seppure a velocità moderata, lasci intatti i fanalini del rimorchio?

Altri punti mai chiariti riguardano la posizione dell’automobile dopo l’impatto. Il magistrato Fazzioli scrive: “Una autovettura Mini Morris targata RC 90181, trovasi sulla corsia normale di marcia, con l’avantreno in direzione nord, la parte anteriore della detta autovettura si presenta completamente distrutta, il tetto scoperchiato. A circa venti metri dall’autovettura trovasi un autotreno con rimorchio, detto autotreno trovasi sulla corsia di marcia normale(…); il rimorchio risulta interessato dall’urto per circa la metà del postremo con inizio dall’estremo limite sinistro.”

Secondo Fabio Cuzzola, questa ricostruzione porta a due conclusioni: la prima è che l’impatto non può essere stato provocato dall’alta velocità, altrimenti la piccola utilitaria si sarebbe incastrata sotto il rimorchio; la seconda conclusione è che,essendo il rimorchio danneggiato solo nell’estremo limite sinistro, piuttosto che un tamponamento si possa ipotizzare un tentativo di sorpasso da parte della Mini.

È possibile pensare ad uno sbandamento dell’autotreno, ad una sterzata improvvisa, ad un “colpo di coda” del rimorchio?

Un tamponamento, tra l’altro, avrebbe schiacciato i corpi dei ragazzi dentro l’automobile, ma tre dei cinque anarchici vengono sbalzati fuori, e ritrovati ad alcuni metri dall’automobile; il referto di morte parlerà per loro di frattura della base cranica.

Un ultimo elemento che in questi anni ha alimentato i dubbi di chi non vede niente di chiaro in questo incidente è la presenza di un terzo veicolo. Il catenaccio dell’articolo di prima pagina della “Gazzetta del Sud”
è.

Il tremendo impatto, mentre l’auto eseguiva un doppio sorpasso

E nel testo:

“Nell’effettuare un sorpasso a velocità folle, l’utilitaria si è improvvisamente trovata di fronte un autotreno in fase di sorpasso…”
Serafino Aniello, alla guida dell’autotreno, dichiara: “Procedevo lungo la corsia di marcia della carreggiata nord; non mi sono accorto se contemporaneamente all’urto un altro veicolo stesse superando il mio autotreno.”

Informazione, questa, fornita spontaneamente dall’Aniello..
Angela D’Amelio, una giornalista di “Diario”, nel corso di una ricostruzione della vicenda porterà ad un perito le carte dell’incidente per ottenere un parere sulla dinamica:

“Il modo in cui i ragazzi sarebbero volati fuori dall’auto è fantascientifico(…) il modo in cui i corpi sono disposti sulla strada, quello è molto, e sottolineo molto strano, anzi non riesco a capire come possa essere successo. Vedi, se fossero stati i ragazzi seduti davanti a volare via, sarebbe stato naturale, e invece questi sono gli unici due trovati all’interno.” “Ma è possibile simulare un incidente come questo?”. “Possibile, ma molto elaborato, e poco sicuro. Ci vogliono almeno due auto, una che li tamponi e che li spinga sotto il camion, l’altra che impedisca di sterzare a sinistra. Vedo che la Mini Minor è targata Reggio Calabria, se i ragazzi venivano da lì, per simulare un incidente sarebbe stato molto più facile e sicuro spingerli giù da un viadotto. Sarebbero occorse settimane solo per ritrovarli.”
Nel corso della stessa inchiesta la giornalista si mette sulle tracce del guidatore dell’autocarro, unico testimone ancora in vita. E lo ritrova a Striano (Napoli) nel luglio 2001, dove Serafino Aniello, 62 anni, gestisce la trattoria “O spuntino”.

“Tra una pizza e un piatto di stoccafisso il signor Aniello non ha nessuna difficoltà a raccontare quello che ricorda a proposito dell’incidente che costò la vita a quella che lui chiama “la banda Valpreda”. Lo dice senza acrimonia, quasi cercando il nome giusto nella memoria.(…)Una notte guidava il camion, un Fiat 690 col rimorchio, andava a Milano a vendere pomodori pelati, ne trasportava 300 quintali. Autostrada del Sole, 58 chilometri da Roma, notte stellata, asfalto asciutto, salita, il camion carico arrancava a 45 chilometri orari al massimo. L’incredibile è successo che erano passate da poco le undici, Aniello Serafino guidava e Aniello Ruggiero, il padroncino, dormiva in branda. Una botta orrenda da dietro, Aniello Serafino ha pensato che un autocarro avesse sbattuto forte contro il rimorchio, che infatti subito dopo comincia ad oscillare. Freccia a destra e piano piano accosta. Senza lasciare segni di frenata, il camion si ferma sulla corsia gialla. Ma quando esce dalla sua cabina quello che vede è probabile che se lo sia sognato per anni. Cinque ragazzi in parte ancora dentro, in parte sbalzati fuori da una Mini Minor, dopo il trattamento lasciato dal rimorchio sotto il quale erano finiti. (…) Questo è quanto si legge[nel “sommario verbale” della polizia]: Sceso dal veicolo…io non potei ce constatare il decesso di tre persone e di altre due che ancora davano segni di vita.”
Il 28 ottobre 1970, un mese e un giorno dopo l’incidente di Ferentino, un altro tremendo disastro stradale avviene tra i caselli di Lodi e Melegnano, causando la morte di otto persone. “Pare che all’origine (è quanto riguarda il primo incidente della catena) ci sia un camion fantasma: un autocarro targato Frosinone, il cui conducente sarebbe stato ingannato da un’ombra captata dalla caligine. Uno “scherzo” ottico, il miraggio di un ostacolo inesistente.”

Alla guida sempre i due fratelli Aniello. In questa occasione si apprende che l’autocarro non è mai stato sequestrano ed è libero di circolare.

“Ancor si, noi genitori ci sentiamo sconvolti e terrificati per quanto apprendiamo da codesta rivista, cioè che lo stesso autocarro, con la stessa targa e gli stessi uomini alla guida, ha provocato un’ecatombe tra morti e feriti nei pressi di Lodi
.”

Scrivono i genitori dei ragazzi a Lotta Continua

10.3  I funerali

Martedì 29 settembre si svolgono a Reggio i funerali di Angelo Casile, Francesco Scordo e Gianni Aricò, mentre le esequie di Lo Celso si svolgono contemporaneamente a Cosenza.

Nelle parrocchie di Loreto e del Sacro Cuorevengono officiati i funerali religiosi per Scordo e Casile, ma la salma di Aricò viene allontanata dalla chiesa della Candelora dal parroco, don Pensabene.

Fino dalle prime ore del pomeriggio si radunano di fronte alle case dei ragazzi i compagni arrivati da tutta la Calabria. All’arrivo al cimitero, circa cinquemila persone attendono i feretri dei ragazzi. Oltre agli anarchici sono presenti numerosi esponenti di tutto lo schieramento extra-parlamentare, del partito comunista e del PSIUP. La folla partecipa con bandiere nere e rosse. Nel corso della commemorazione intervengono l’avvocato Morabito, comunista e amico dei ragazzi scomparsi, e l’anarchico Vitali. Il corteo prosegue poi fino a sciogliersi a Reggio centro.
Gli anarchici di Reggio affiggono un manifesto a lutto:

Un tragico incidente stradale ha stroncato la vita dei giovani anarchici Giovanni Aricò, Angelo Casile, Luigi Lo Celso, Francesco Scordo. Manifestiamo la nostra profonda ammirazione e gratitudine verso questi compagni che, animati da sublimi ideali, hanno dedicato la loro breve esistenza lottando tenacemente contro ogni forma di ingiustizia sociale in un continuo anelito di libertà e di amore verso i poveri, gli umili e gli sfruttati”.

Un secondo manifesto è firmato dagli altri gruppi; un terzo manifesto ancora, a lutto e senza croce, reca la firma del padre di Angelo Casile, “che pure non è un anarchico, per amore della verità e di suo figlio ha reagito di fronte alla schifosa campagna di calunnie contro i nostri compagni, raccolta anche da giornali come “Paese Sera” con un manifesto a lutto senza croce, nel quale polemizza contro l’atteggiamento di certa stampa.”

Tutto nasce da un articolo di “Paese Sera” che, trattando della morte dei ragazzi, li aveva definiti “neo-fascisti idealisti”. Il circolo Bakunin di Roma risponde con un comunicato di rettifica intitolato “Una canagliata di Paese Sera”, nel quale invita a stare in guardia contro certi “compagni” che puzzano di “camerati”, e parla di “un non identificato sciacallo, stipendiato a sinistra per insultare i compagni scomparsi, definiti “fascisti” o “neofascisti”. Pochi giorni dopo “Paese Sera” risponde con una nota di scuse.
Il 28 gennaio del 1971 il procuratore generale di Roma restituisce il procedimento di indagine alla procura di Frosinone la quale, con decreto del giudice istruttore, archivia il caso con il decreto n°266, in data 10 marzo 1971.

10.4  Giovanni Marini

C’è un’altra storia che si lega alla vicenda dei cinque ragazzi: il “caso Marini” che, dal luglio 1972, ha attraversato tutto il decennio degli anni Settanta ed oltre.

Giovanni Marini, un anarchico di Salerno, dopo l’incidente di Ferentino inizia delle indagini e scopre che l’uomo alla guida dell’autocarro che ha provocato la morte dei ragazzi è un dipendente di Junio Valerio Borghese. Per mesi Marini viene fatto oggetto di intimidazioni da parte dei fascisti locali, tanto che per un periodo viene costretto ad allontanarsi dalla città. Il 7 luglio del 1972 scatta l’azione”punitiva” nei suoi confronti: una decina di fascisti armati con coltelli colpiscono Marini e altri suoi due amici, ma durante lo scontro uno degli aggressori rimane ferito a morte da una coltellata all’aorta. Marini si costituisce, e inizia la sua odissea giudiziaria che lo porterà a spostarsi per quindici carceri diverse lungo il primo anno di detenzione preventiva. Nel corso di questo periodo l’anarchico partecipa alle lotte dei detenuti denunciando le condizioni igienico-sanitarie in cui versano le carceri di tutta Italia: sarà lui l’artefice di un documento, a firma “I carcerati rossi”, uscito dal carcere di Avellino.

Nel frattempo in tutta Italia si susseguono manifestazioni di solidarietà a Marini e viene chiesta la sua liberazione, il Soccorso Rosso Militante, con Dario Fo e Franca Rame (e con loro molti avvocati attivi nella controinformazione) sensibilizzano l’opinione pubblica sul Caso Marini, in particolare la costituzione del “Coordinamento Nazionale Comitati Anarchici Giovanni Marini” sarà l’artefice di innumerevoli iniziative pubbliche finalizzate alla liberazione dell’anarchico. Al processo, nel febbraio 1974 Marini afferma la sua innocenza, mentre è dichiarata la precostituzione delle accuse. Il processo è sospeso ed inviato a Vallo di Lucania; quando, tra giugno e luglio, ricomincia il processo il sostegno si concretizza con la pubblicazione di un quotidiano dal titolo “Il Processo di Marini”, con la cronaca giudiziaria e le iniziative di sostegno. La sentenza condanna Giovanni Marini a 12 anni di carcere per omicidio volontario continuato con l’attenuante della provocazione. Nel 1979 viene rimesso in libertà e confinato per un anno.

Giovanni Marini si ritaglierà uno spazio anche come poeta; un suo libro
vince il premio Viareggio Repaci nel 1975 e l’anarchico pubblica in seguito diversi altri testi.

Per questo motivo, «La Gazzetta del Sud» del giorno successivo all’incidente scrive: “Provenivano da Roma, erano diretti a Napoli”.
«Il Corriere della Sera», 28 settembre 1970
«Il Corriere d’Informazione», 28-29 sett. Maiuscolo nel titolo

Probabilmente si tratta del bastone con il quale Casile, colpito da poliomielite da bambino, si aiutava per camminare

«Il Corriere della Sera», 29 settembre 1970

Lo stesso giorno, il Corriere riportando dei brani della requisitoria del giudice Occorsio indica come compagna di Valpreda Elena Segre, la cui testimonianza non può essere ritenuta valida dal magistrato proprio per via del legame sentimentale esistente all’epoca tra i due. Valpreda nel suo libro di memorie dal carcere parla in più occasioni della sua compagna, Laura. Non è la sede adatta per approfondire le vicende amorose di Pietro Valpreda, né siamo interessati a farlo, ma lo è per riflettere sull’uso disinvolto e strumentale chefa la stampa di questo genere di notizie scandalistiche.

«La Gazzetta del Sud», 18 ottobre 1970
 «Il Corriere della Sera», 19 ottobre 1970 Lettera dei genitori dei cinque ragazzi a «Lotta Continua», 5 novembre 1972 Cuzzola, op. cit. «La Gazzetta del Sud», 27 settembre 1970 Intervista a Massimo Evangelisti, in Diario, luglio 2001 In «Diario», luglio 2001 Arnaldo Giuliani, «Il Corriere dellaSera», 29 ottobre 1970 Le notizie sullo svolgimento dei funerali in «Umanità Nova», 10 ottobre 1970

«Umanità nova», 10 ottobre 1970
Poesie, Poligraf edizioni, Salerno


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ven 01 mar 2019 09:33:23 CET
Denuncia i boss, lo Stato lo punisce: suicida l'imprenditore antiracket
[html]
Nel 2007, Rocco Greco non solo aveva denunciato i boss della Stidda e di Cosa nostra che si dividevano il pizzo. Aveva anche convinto altri sette imprenditori a fare la sua stessa scelta. "Era la primavera di Gela - dice oggi il figlio - mio padre ne andava orgoglioso. Ma non era stato affatto semplice. All'epoca, però, si respirava un'aria nuova in questa parte di Sicilia, anche grazie all'allora sindaco Rosario Crocetta". Le denunce di quegli imprenditori fecero scattare undici arresti nel blitz ribattezzato "Munda mundi". E dopo gli arresti, le condanne per 134 anni. Una sentenza che anche la Cassazione ha confermato. Ma nelle vene dei processi sono rimaste le accuse degli imputati, che hanno sempre cercato di gettare ombre su chi li aveva portati in carcere. "Ma quale pizzo, gli imprenditori pagavano il nostro sostegno. E spartivamo gli utili".

Una tesi smentita in tutti i gradi di giudizio. Gli imprenditori erano vittime. Ma vittime - osserva il Viminale - che si erano relazionate con i boss, che avevano accettato il prezzo del pizzo. "C'è il rischio di infiltrazioni mafiose nell'azienda". Parole pesanti. Ma il figlio di Rocco Greco ribadisce l'importanza di quella denuncia fatta dal padre: "Non dobbiamo dimenticare cos'era Gela all'epoca. Più di cento morti in un anno. E veniva ucciso anche chi non pagava il pizzo".

Dopo l'ultima interdittiva antimafia, un mese fa, sono arrivate le revoche di tutte le commesse pubbliche e private per la ditta di Greco, che si occupa di lavori edili. "Sono stati licenziati 50 operai", dice Francesco Greco. Intanto, l'imprenditore provava a ribadire le sue ragioni con una serie di ricorsi. Ma il Tar di Palermo non ha concesso la sospensiva dell'interdittiva (anche il Tar Lazio aveva dato disco verde al Viminale). "Il giorno dopo, il 26, siamo andati dall'avvocato per un ulteriore ricorso", racconta ancora il figlio. "La sera, papà era euforico. Mi sembrò strano. Diceva: che bella serata stiamo trascorrendo. Non capivo".

Mercoledì mattina, Rocco Greco si è svegliato alle 5,30. Ha detto alla moglie che andava in azienda per guardare alcune carte. Tre ore dopo, sono arrivati Francesco e gli altri dipendenti. "Mio padre non era in ufficio. Mi sono insospettito. Anche perché aveva lasciato la fede e l'orologio a casa. Abbiamo iniziato a cercarlo. Era dentro un container, poco distante, in una pozza di sangue". Rocco Greco non ha lasciato neanche un biglietto. Dice il figlio: "Qualche giorno fa, aveva ripetuto a mia madre: "Ormai, il problema sono io. Se vado via, i miei figli sono a posto".

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